Il Falsario di Reliquie di Carlo Animato

Recensione di Maria Sardella

falsario di reliquieAvete presente un bel piatto di spaghetti al pomodoro e basilico? Porzione abbondante? Vi dite che non ce la farete mai, che sono troppi… e invece, passo passo, vi trovate a fare la scarpetta. Ora, so che la metafora può sembrare un tantino irriverente, ma per uno scrittore partenopeo sornione e irriverente quanto basta (con l’imbuto a rovescio sulla testa nella sua proclamazione di vincitore al Torneo Gems, ioscrittore, edizione 2015), credo di poter osare e, nel caso, essere perdonata.

 Il Falsario di Reliquie ha tutte le carte in regola per essere identificato come romanzo storico: sapiente commistione di vero e verosimile tanto da non poter distinguerli l’uno dall’altro, se non intervenisse in fondo al romanzo la nota rivelatrice dell’autore. Tuttavia non credo che il genere lo contenga interamente dal momento che la vicenda prende il via dal ritrovamento di due cadaveri da parte di una serva, Maddalena la muta, a testa in giù nell’acqua dell’antica fontana. Comincia così il “maledetto imbroglio”, matassa che dovrà essere sbrogliata dall’Alfiere Mathis Sinner per incarico del primo cittadino della città di Berna.
Di più non dirò sulla quête del “fornaio” Sinner. Spoilerare, pardon svelare, la trama di un giallo o di una qualsivoglia narrazione è cosa davvero fastidiosa. Sarebbe un Bignami di fronte all’opera originale. Un dispetto di chi ti svela un film prima che tu l’abbia visto.

Molliche per Pollicino, ovvero i pregi del racconto, secondo me:
1) Mi ha messo di fronte alla mia ignoranza lessicale. E, se un libro ti insegna anche solo tre parole sconosciute, ha il suo valore intrinseco. Vento sinibbio, voi lo avete mai sentito? Io no. Per non citare sant’Omobono, e dire che provengo da una famiglia di sarti e sarte, ma probabilmente non si erano mai preoccupati del loro santo protettore. Aggiungo soltanto un altro termine: giaietto. Su questa “pietra” ho imparato un sacco di cose, etimologicamente parlando.
falsario di reliquie2) L’ironia, che attraversa tutta la narrazione, viene esercitata con mano lieve ma non meno intenzionale: battute anti Savoia (“Torino… città piccola…e piccola, tronfia nobiltà, questi duchi di Savoia”, pag. 119) oppure attinenti alla morale della favola, posto che ci sia (“Il giallo metallo genera solo nobilissima musica, eccellenza. Rumore è invece quello che producono alcune coscienze. Ecco perché il metallo prezioso vale più di molte anime”, pag. 180).
3) Il piacere di trovare un certo parlare gnomico che contribuisce a definire la varietà del registro dei personaggi. Quel “Cu mangia fa muddichi” (pag.158), visto da me sulla parete di un ristorante di Ballarò a Palermo, riferito nella narrazione dalla bella e sagace Silvana, mi ha fatto istintivamente sorridere e, ancor più quel “Se cerchi il letame, basta che guardi vicino alle vacche” del medesimo personaggio.
4) Per ultimo, e solo per amore di brevità, ho apprezzato il coraggio di dirigere la critica verso l’italiano (o del personaggio che per tale si fa passare) del romanzo, l’avventuriero dai molti nomi e dalle molte prerogative che lo fanno ospite e complice di illustri personaggi della politica, della finanza, del clero: vescovi, conti, sindaci e segretari, e ambasciatori. Insomma, quello che oggi chiameremmo il bel mondo. Triste figura di maneggione che ben trova posto nelle cronache attuali, di cui pare che i potenti si servano per i propri scopi.

Il Falsario di Reliquie è un romanzo che fruga negli angoli bui delle strade e delle menti, stimola e diverte, regalando quella che Aristotele chiama felicità mentale. Divertissement, passione per la narrazione pura, cultura ne fanno un racconto complesso, condotto magistralmente, e senza sbavature, fino alla soluzione.

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