Racconto: Carlotta. di Silvia Lodi

TITOLO:  Carlotta

AUTORE:  Silvia Lodi

GENERE: narrativa

Note: racconto finalista selezione racconti Mondadori

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«Dove?» le disse con lo sguardo sterile.
«In quel posto del mio cuore dove non sei mai riuscito a raggiungermi».
«Accidenti a te e a tutti quei dannati giri di parole» ringhiò contro di lei uscendo.
La porta chiuse l’appartamento in una bolla d’acqua.
Non era un addio e Carlotta lo sapeva.
Aveva stretto le braccia attorno a sé e nascosto le mani dentro alle maniche del grigio maglione di lana.
«Tornerà» minacciava il suo pensiero.
Davanti allo specchio rassettò la sua figura, asciugò le lacrime dal suo viso scarno e s’infilò lo striminzito cappotto marrone, per perdersi fra la nebbia della sera.
Le vetrine del centro erano ancora illuminate, ma le saracinesche avevano già abbassato la guardia, a mezz’asta.
La commessa del negozio di cosmesi affrettava i suoi movimenti per chiudere in fretta quella lunghissima giornata e tornare a casa dalla sua famiglia.
L’edicolante era già a cavalcioni della sua bicicletta e fischiettando pensava alla cena, ai maccheroni al ragù e al bacio dei suoi bambini al suo ritorno.
Al Bar dello Sport la discussione era ancora animata e davanti alla porta la coltre di fumo di sigaretta negava la vista del grande schermo sul quale piroettavano i calciatori intorno alla palla.
Piccoli gruppi di uomini parlavano animatamente, srotolando parole volgari, sfrecciando sentenze contro l’arbitro.
La sagoma di Nicola aggrappata al suo bicchiere si delineava oltre quella nube di fumo, al di là della porta a vetri.
I suoi capelli lunghi, la barba scomposta, la schiena ricurva, un’immagine fin troppo nota allo sguardo di Carlotta.
L’avrebbe aspettato ancora una volta, lo avrebbe accompagnato a casa ascoltando le sue lamentele e il suo scialbo e piagnucolante perdono, l’avrebbe sollevato di peso per infilarlo sotto le coperte e avrebbe atteso vicino al suo letto, sulla poltrona verde di finta pelle, pronta a girarlo sul fianco nel caso il vomito l’avesse soffocato.Risultati immagini per immagini bicchiere al bar
Uscendo si sarebbe appoggiato a lei pesantemente e il puzzo del suo respiro l’avrebbe penetrata fino in fondo all’anima.
Le scuse da sobrio sarebbero arrivate con la luce del mattino.
Scuse inutili, dal tempo limitato.
Succedeva ormai tutte le sere, da circa dieci anni.
La panchina dall’altra parte della strada era diventata la sua fedele compagna, avrebbe dovuto aspettare ancora due ore, prima di vedere Nicola uscire da quel bar.
Il suono del campanellino della porta del ristorante cinese attirò la sua attenzione. Un uomo e una donna uscirono tenendo per mano una bambina dai tratti esotici, le fecero dondolare fra loro, con le braccia tese, il fragore delle sue risate la raggiunse fino all’anima.
Carlotta, non aveva mai visto una coppia più unita dei suoi genitori.
Gli anni della sua infanzia erano stati i più belli della sua vita, nulla sembrava poterla deludere. Viaggiava su quella meravigliosa giostra che la faceva girare in un mondo di luci, risate e amore.
La sua festa preferita era la notte di Natale, con il cuore in gola restava nel letto aspettando il suono della slitta con le renne. Al suo fianco mamma e papà dai visi sorridenti, a raccontare storie fino a quando i suoi occhi si arrendevano al sonno.
Il trillo di una bicicletta la destò dal ricordo, Nicola era ancora là con la testa china, e uno dopo l’altro butta giù bicchieri di vodka, come fosse acqua.
Sarebbe stato inutile cercare di fermarlo.
All’inizio di questo lungo calvario aveva provato a farlo. Era molto più giovane e combattiva, si era fiondata nel locale e vicino al bancone del bar, gli aveva strappato il bicchiere dalle mani e gli aveva gridato in faccia di tornare a casa, di pensare a lei, ma aveva rimediato solo volgari parole e qualche ceffone che aveva ferito il suo orgoglio, più che il viso.
Era scappata via piena di vergogna, con gli occhi degli altri uomini addosso, poi era tornata a prenderlo.
Aveva il terrore che nel tragitto di ritorno potesse succedergli qualcosa di molto brutto, in fondo aveva solo lui.
L’ unico uomo che aveva amato prima di Nicola, risaliva a parecchio tempo prima, quando frequentava la scuola media.
Passava ore con gli amici a studiare e a chiacchierare di sogni e amori innocenti e fra i colori di quell’età c’era anche Tommaso con il suo scooter giallo.
Tommaso aveva tre anni più di lei.
Era passato all’esame di terza media con ottimi voti e i suoi genitori gli avevano regalato quel motorino rumoroso ed eccentrico.
Tommaso non la guardava nemmeno, ma lei arrossiva lo stesso.
Lui s’interessava alle ragazze di terza, avevano più forme e meno brufoli sulla fronte.
Una mattina autunnale, nebbiosa e umida, mentre saliva le scale dell’edificio scolastico, lo aveva trovato improvvisamente sui suoi passi
«Carlotta. Vero?»
Non era riuscita nemmeno a rispondere, aveva annuito semplicemente.
«Cheffai? Sei diventata tutta rossa. Ti vergogni?»
Era scappata via, scomparendo dentro l’aula.

Il boato del goal risuona per tutto il quartiere.
L’Italia ha vinto. Tutti sono davanti allo schermo a guardare quei dannati mondiali.
Lei è lì, per strada, sotto la luce di un lampione, a tenere in piedi un amore di cui le rimangono solo frammenti.
Gli uomini del bar escono in massa sventolando bandiere e salendo sulle macchine festose, suonando il clacson.
Volano tutti in piazza a festeggiare la vittoria.
Tutti.
Meno uno.
Carlotta si alza dalla panchina.
Attraversa la strada.
Il buio è sempre più fitto, dentro il suo cuore la paura di essere maltrattata ancora.
Il silenzio è diventato il padrone della notte.
Avvolge la sciarpa di lana intorno al collo e con la mano infilata nella tasca stringe la medaglietta d’oro della dea della fortuna.
L’aveva cucita sua madre, all’interno della patta di quel cappotto, che non è cresciuto insieme a lei, ed è ancora lì dopo tanto tempo.
«Stringila forte, ti porterà fortuna».
«Dici davvero Ma?»
«Sicuro, vedrai supererai l’esame»
Con la mamma poteva sognare.
Parlavano di tutto insieme.
Carlotta poteva fantasticare e i sogni rotolavano per ore nella stanza chiusa.
«Discorsi da donne» diceva papà e si congedava divertito.
Mamma sapeva tutto di Tommaso e di quel giovane amore inespresso.
«Se saprà raggiungerti in quel posto speciale del tuo cuore, allora sarà amore vero».
«Papà ti ha raggiunto lì?»
«Papà mi raggiunge ogni giorno, lì».
Mamma le aveva raccontato come si erano conosciuti e come il loro sentimento era cresciuto diventando sempre più forte.
Le aveva spiegato cos’era l’amore e come a volte si nascondeva dietro false sembianze, ma le aveva anche detto che una volta conosciuto sarebbe stato impossibile sfuggirgli.
«Vuoi che venga con te alla prova d’esame?»
«No, Ma! Vanno tutti da soli.»
«Ok. Vedrai. Andrà tutto bene».
«Sarai qui al mio ritorno?»
«Sicuro. Ti aspetterò e festeggeremo insieme a papà».
Era stato il miglior giorno della sua vita.
Carlotta saltellava euforica, aveva fatto un’ottima figura e i professori che si erano complimentati con lei, per lo studio e l’esposizione disinibita della sua tesina.
Non vedeva l’ora di raccontarlo ai suoi genitori.
Fantasticava durante il percorso, l’avrebbero portata in quella pizzeria sulle colline,da dove si vedeva tutta la città piccola, piccola, illuminata dalle luci colorate. Sentiva già l’odore del forno a legna e probabilmente avrebbe ricevuto il PC tanto desiderato.
Voleva diventare una scrittrice.
Aveva già fatto l’iscrizione al Classico.
Tutto sarebbe andato come previsto.
Entrò dalla porta come un ciclone e chiamò a squarcia gola, su e giù per le scale.
Non c’era nessuno.
Non era possibile, sua madre aveva promesso di aspettarla.
Nessun biglietto.
Nessuno segnale che potesse raccontargli qualche dettaglio importante.
Arrabbiata si era chiusa in camera e aveva acceso lo stereo a tutto volume.
Non aveva sentito il telefono squillare.
Non aveva sentito la porta aprirsi e chiudersi e non si era accorta che suo padre era entrato nella stanza.
All’improvviso la musica cessò e lei si girò di scatto verso quell’intruso che aveva spezzato i suoi pensieri.
Si alzò burrascosa dal suo rifugio.
«Ma dove cavolo siete finiti? Io torno dopo l’esame e non trovo nessuno. Bella storia. Dopo tutta la mia fatica nemmeno la soddisfazione di condividere con voi il mio successo».
L’ombra negli occhi scuri di suo padre la congelò.
«Che c’è, Pa?»
Il suo respiro era fitto come il vapore di un bagno turco, denso e claustrofobico.
«Oh! Chèssuccesso?»
Il mondo di cristallo s’infranse in un sol minuto e mille pezzetti taglienti caddero al suolo.
Sua madre era morta.
Era uscita di corsa per delle commissioni e voleva rientrare prima del suo ritorno,ma nell’attraversare la strada un’auto l’aveva investita, uccidendola sul colpo.
L’autista era ancora latitante.
Non un ultimo respiro, né un’ultima parola.
Solo il silenzio della morte. Improvviso come la musica che si era fermata nella sua stanza.

Il contatto freddo della porta del bar assorbe la paura e diffonde il coraggio del pescatore quando sa di poter portare a casa una lauta preda.
Mario ha lo sguardo provato, le spalle larghe come un armadio a due ante, il pizzetto scuro e le folte sopracciglia che gli danno un’aria da buttafuori.
Sono anni che vive quella tremenda storia d’amore, da anni assiste a quella lite.
Ogni sacrosanta volta.
Asciuga i bicchieri con il panno bianco che stringe fra le mani e li mette appesi a testa in giù nella mensola che ha sopra alla testa.
Non ha bisogno di parlare, accenna un saluto con gli occhi, come per metterla in guardia.
Nicola le gira la schiena, ma avverte la sua presenza.
«È arrivata la buona sammaritana» dice sarcastico senza girarsi.
Carlotta respira profondamente, la stanchezza non dichiara la sua resa, si avvicina.
«Fa freddo fuori».

«Tu riesci sempre a raggiungermi eh? Maledetta rompiscatole, Quando imparerai a lasciarmi perdere?»
Mario appoggia la sua grossa mano sulla spalla di Nicola:  «Va’ a casa, va’, ch’è ora».
L’uomo si alza di scatto e fa cadere lo sgabello su cui era seduto.
«Io faccio ciò che mi pare. Vado quando mi pare. E resto se mi pare. Hai capito?» barcolla indietreggiando involontariamente.
Carlotta resta immobile, il peso che ha sul cuore la tiene inchiodata al pavimento.
«Vattene tu – si gira di scatto e la sua voce si fa sempre più aggressiva – non ho bisogno della balia.» inciampa sui suoi piedi e cade a carponi sul pavimento.
«Quel posto del tuo cuore- continua – tutta sentimenti e chiacchiere. Che mi frega. Via, non voglio conoscere nessun posto del tuo cuore.Vattene» – un conato di vomito scalda le sue mani e colora la superficie di legno.
Carlotta sente appassire nelle vene i suoi ventitre anni, si sente morire e ingoia le lacrime.
Allunga le mani e sostiene Nicola per le spalle, mentre finisce di vomitare.
Mario riappare dalla porta dello sgabuzzino, ha già pronta la segatura
«Portalo a casa va’, che devo chiudere».
Nicola si solleva a stento, le gambe tremano e l’alcol annebbia sempre di più la sua vista
«Ma che cazzo ho sbagliato nella vita, ridotto con una cretina che non sa nemmeno piangere».
Gira le sue scarpe nere verso la porta e con uno strattone allontana Carlotta
«Sta’ lontano da me. Vattene via. Faccio da solo».
La giovane donna si avvicina ancora di più e lo tiene stretto per i fianchi.
L’uomo si arrende appoggia la testa sulla sua spalla.
Il peggio è passato.
«Andiamo a casa, papà»
I passi nella notte sussurrano di dolore.__

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