Racconto: “Cuore Sacro” di Daniela Frascati

TITOLO:  Cuore Sacro

AUTORE:  Daniela Frascati

GENERE: narrativa

**********

Venerina Amorante, novizia diciassettenne, aveva le stimmate aperte da oltre sei mesi. Le sue consorelle avevano ottenuto uno speciale permesso per allontanarla dal convento. Quella ragazza era diventata una presenza troppo ingombrante nella loro vita scandita da ritmi e regole ordinarie.

– Bisogna che ti distacchi per un po’ da questo luogo.Risultati immagini per immagini novizia preghiera

– Perché Madre Consilia? Ormai è qui la mia casa. Non saprei dove andare.

– Così vuole Padre Fiorenzo. E’ per il bene della comunità. Il Vescovo non gradisce le cose portentose che accadono intorno alla tua persona.

Era stato deciso tutto così in fretta. Le Missionarie della Ragione le avevano scovato una vecchia zia, emigrata come sposa di guerra negli States, l’avevano accompagnata all’aeroporto e affidata a padre Fuller, che aveva una missione nel Bronx, raccomandandole di tornare ripulita da quelle piaghe e quei laceramenti.

Risultati immagini per immagini novizia preghieraVenerina era triste. Le dispiaceva lasciare il convento dello Spasimo dove era cresciuta. Nella sua vita non c’era mai stato altro posto che quel luogo silenzioso e lindo. Le volte che usciva con le sorelle per assistere i malati o servire alla mensa dei poveri, tornava sconvolta.

Quei contatti impuri erano allo stesso tempo spaventevoli e seducenti.

Così era cominciata la cosa. Un giorno, tornata satura di sofferenza da quel mondo voraginoso che l’aspettava fuori, mentre recitava il Rosa Mistica assieme alle consorelle, sentì come un cuneo che le penetrava le reni.

– Nostra Signora dedico a te ogni dolore.

Non fece in tempo a formulare questo pensiero che stramazzò a terra. Ma non era svenuta. Era caduta irrigidita, come in catalessi. E mentre era lì per terra, bellissima, come mai era stata, una goccia di sangue le si allargò sul petto e diventò un cuore rosso e pulsante di un bel vermiglio cerato.

– E’ il sacro cuore, è il sacro cuore – sussurrarono le suore gettandosi in ginocchio.

La Madre Superiora arrivò in un attimo, fece portare Venerina nella sua cella e l’assisté di persona.

Non volle si parlasse assolutamente di quanto era successo.

Venerina era tranquilla, sembrava non ricordare neanche l’accaduto.

Consigliata da padre Fiorenzo, mise la ragazza ad aiutare Adelaida, la sorella che si occupava dell’orto e dava una mano a preparare le conserve e gli estratti per sciroppo. Venerina sembrava vivere uno dei periodi più felici della sua vita. Era come rifiorita. Lei che era stata sempre un po’ anemica e sudaticcia, mostrava ora un incarnato dorato e teso, e occhi vividi e luminosi. Solo dopo qualche settimana Madre Adelaida si accorse che i fiori di zucchina avevano raggiunto una dimensione insolita.

Allora fece più attenzione a ciò che accadeva nell’orto.

Da principio non volle credere ai suoi occhi. C’erano delle verze giganti, e lattughe enormi come ruote di automobile; i pomodori crescevano grossi come lanterne, e i fiori poi! Quell’anno la fioritura era talmente rigogliosa da sembrare un fondale. Era una stagione sicuramente miracolosa e la giovane sorella Venerina doveva avere senza alcun dubbio il pollice verde. Appena avuta la certezza che così fosse, pensò di rallegrarsi con la ragazza.

Per quanto la cercasse, quella mattina, Venerina era introvabile. Stava per rivolgersi alla madre Superiora quando, in fondo al giardino, nel punto più appartato dove accumulavano lo stabbio per concimare gli ortaggi, la sorprese una spianata di roseti fiammeggianti che mai prima di allora aveva veduto. Venerina Amorante, distesa in quel mare di petali purpurei e odorosissimi, ardeva come un gigantesco fuoco.

Madre Adelaida cadde in ginocchio davanti a quella visione.

Le trovarono così, un paio d’ore dopo. Adelaida in pieno delirio mistico. Venerina quieta e serena come sempre, ma con il corpo completamente martirizzato da stimmate e ulcerazioni.

Il giorno successivo arrivò Padre Fiorenzo in compagnia di uno psicologo inviato dal vescovo.

L’uomo si trattenne tutto il pomeriggio con la conversa. Le mostrò disegni, le fece compilare test e questionari, poi parlò alla Superiora e al sacerdote di carenze affettive e di una personalità suggestionabile e snervata dall’isolamento. Consigliò un viaggio e la frequentazione di ragazze della sua età.

Intanto, non si sa come, nella cittadina si era diffusa la voce che nel convento delle Missionarie della Ragione una di loro fosse diventata santa e compisse miracoli portentosi. All’entrata del convento si formò una specie di corte dei miracoli. Una coda orante di fedeli afflitti da ogni tipo d’infermità e di malattia.

Nel frattempo le piaghe sul corpo di Venerina si moltiplicarono e presero a sanguinare copiosamente.

Le religiose avevano perduto la loro tranquillità. Quella possessione le sottraeva al flusso calmo e raccolto dentro cui scorreva la loro vita.

Così il Vescovo decise la partenza di Venerina.

* * *

Come in un sogno dove si arriva e si parte senza sapere come e perché, Venerina aveva raggiunto gli anziani parenti del Bronx.

Gli edifici in mattoni rossi somigliavano troppo ai lotti vecchi e sciupati della periferia dove serviva alla mensa dei poveri, perché si rendesse subito conto che ormai era dall’altra parte del mondo. Ma è un’accoglienza ostile, quella che trova. Verde e biliosa come il cibo che le offrono: fettuccine ai carciofi. Una salsa acidula che la fa vomitare per due giorni.

Venerina Amorante è disperata. I suoi parenti le hanno assegnato una stanza che odora di piscio vecchio e di muffa. Dà su un cortile interno dove sono ammucchiati oggetti obsoleti. C’è una luce terrosa che entra in quella stanza; rossiccia e arrugginita. E’ così per tutto il giorno. Poi la sera un’insegna al neon che sembra uscita da un vecchio film, si accende nella facciata di fronte e, allora, la camera si illumina a intermittenza di azzurro e di giallo.

Venerina comincia a scrivere lunghe lettere alla Madre Superiora nella speranza che la faccia tornare al Convento dello Spasimo.

Cara Madre,

un Dio di misericordia da qualche parte conosce ciò che sta accadendo al mio corpo. Non possiamo noi povere creature intendere quello che predispone la sua mente divina. Il corpo è luogo della necessità e del bisogno. Mai della libertà. Un legame intimo e potente con le cose entra in me attraversandomi tutta; trovando la strada del sangue mi percorre nutrendomi di ardimento e di consapevolezza. Dio vuole che il mondo di fuori mi penetri così. Non mi rifiuti, Madre, mi riprenda. Qui potrei perdermi.

Venerina

La Madre Superiora le rispondeva invariabilmente:

Prega figliola. Noi tutte preghiamo il Signore per te.

Venerina sentiva crescere di giorno in giorno l’angoscia per quella condizione di reclusa in un luogo tanto miserabile. Ogni volta che padre Fuller, la sua guida spirituale, veniva a trovarla la scopriva sempre più smagrita.

– Quanto dovrò restare ancora chiusa qua dentro, padre ?

– Non molto, ancora qualche giorno, il tempo che il tuo corpo si rimargini.

Padre Fuller sapeva di mentire. Vedeva chiaramente come quell’isolamento, la mancanza di una vita all’aria aperta e l’incuria della zia e del nuovo marito peggioravano il suo aspetto e la sua salute. Inoltre le stimmate, per quanto ci fosse un’infermiera che le medicava regolarmente, si slabbravano sempre di più. A volte parevano bocche ammutolite dal dolore, altre ricordavano oscene e più inquietanti fessure.

Il sacerdote aveva scritto di suo pugno al Vescovo per intercedere per Venerina.

Non c’era stato niente da fare. La risposta giungeva puntuale. Più lontana stava dal convento e dal paese, meglio era per tutti. La gente aveva fatto di quell’angolo del giardino, in cui Venerina Amorante fu trovata a galleggiare su un tappeto di petali incandescenti, un luogo di empietà. Che rimanesse dunque nel Bronx, che lì nessuno la conosceva. Lui, Padre Fuller, continuava ad avere l’incarico di occuparsi della sua anima e di controllare che i parenti della giovane facessero buon uso dei soldi che la Curia mandava per le sue occorrenze. Ma ogni volta che si recava da lei per il rosario, nel vederla così rifinita, era assalito dal senso di colpa.

Non ci dormiva la notte. Parlava con le immagini sacre e malediceva il Vescovo e la madre badessa e più di tutto se stesso per non avere il coraggio di fare i conti con il dolore implacabile di quel corpo vibrante di santità.

Intanto, più la carne della ragazza si corrompeva, più mandava un odore intensissimo di rose selvatiche. La stanza tutta ne era satura. Quell’emanazione forte si spandeva ovunque. Ristagnava nel cortile attufato, saliva per le scale antincendio, volava su, sopra le altane e i tetti.

– In odore di santità… – quella frase che Padre Fuller aveva letto da qualche parte non riusciva più a togliersela dalla mente.

Il senso mistico del profumo.

Fu quello, per lui, il segnale definitivo che il corpo di Venerina era un contenitore, uno scrigno di carne dove abitava il Cristo Celeste e la sua tribolazione altro non era che la sofferenza di un Dio. Per questo tanto più disumana da sopportare.

In quelle visite giornaliere si era accorto di alcune singolarità della ragazza. Intanto non aveva quasi più necessità corporali. Mangiava sempre meno, pressoché niente, e quel poco le bruciava dentro senza provocare residui. Poi era capace di rimanere nella stessa posizione per giornate intere. Lo sguardo rapito e un sorriso soave sulle labbra. Segni inequivocabili di santità.

Decise che era arrivato il momento di aiutare Venerina Amorante a coltivare la sua natura.

Ormai si recava dalla ragazza solo perché sperava che la sua presenza le fosse di conforto e non si sentisse del tutto abbandonata. Non recitavano più neanche il rosario. Né parlavano. Venerina non ne aveva voglia. Aveva smesso persino di fargli domande sul ritorno al convento.

Un pomeriggio gli disse.

– Padre, non voglio più l’infermiera.

– Questo non è possibile, lo sai che le tue ferite devono essere medicate.

Ma di lì a qualche giorno l’accontentò.

Percepiva che Venerina aveva sviluppato una specie di esistenza parallela che le consentiva di sopravvivere nella cupezza di quel luogo.

Intanto, da quando il prete, aveva preso a frequentare con assiduità la casa di Erna Crocetti, zia di Venerina Amorante, tra i suoi parrocchiani erano cominciate a circolare dicerie e malumori.

Quella donna non era mai stata una buona cristiana, aveva già cambiato tre mariti e aveva un aspetto sguaiato e volgare. Ora raccontava in giro di tenere in casa una nipote che faceva miracoli così potenti che il Vaticano si era spaventato e l’aveva esiliata nel Bronx. Una nipote che si chiamava Venerina. Campava di niente e respirava dalle stimmate come i pesci dalle branchie.

La gente cominciò a chiedersi se le insensatezze vanagloriose di Erna Crocetti non avessero un fondo di verità. Che ci andava a fare, altrimenti, Padre Fuller tutti i giorni in quella casa?

La novità aveva portato un diversivo tra i pochi parrocchiani del Padre.

La sua era una parrocchia povera e senza attrattive. Lui cercava di fare quello che poteva. Ma c’era troppa concorrenza. Le chiese del Settimo Giorno, gli Evangelici, i Presbiteriani, Padre Appleton con i suoi gospels e i sermoni apocalittici che soggiogavano i fedeli e soprattutto i preti più giovani. Quelli non avevano esitato ad aprire negli oratori sale giochi e discoteche, per portare via i ragazzi alle tentazioni della strada e del demonio, dicevano loro. Il risultato era che alle sue funzioni c’erano solo vecchi, qualche cigano, appena arrivato, che cercava un appoggio per la nuova sistemazione e i senzatetto del quartiere quando la stagione era troppo inclemente. Ma il mistero su padre Fuller, le discutibili frequentazioni con Erna Crocetti e la santa s’infittiva di giorno in giorno. La sua chiesa era nuovamente piena di fedeli. Ormai era diventato un caso in tutto il Bronx.

Dall’edificio a tre piani dove si recava tutti i giorni arrivava un odore sempre più estenuante di rose.

Come se non bastasse, quell’anno, aveva fatto di tutto perché la processione del Corpus Domini passasse proprio davanti alla casa di Erna Crocetti. E aveva ottenuto il permesso. La Curia voleva vederci chiaro sull’incarico che il religioso aveva ricevuto direttamente dall’Italia e sperava di trarre, da quella variante di percorso, qualche utile indicazione. Lui, invece, aveva in mente solo di consolare la ragazza dalla segregazione cui era sottoposta; che almeno quel giorno fosse confortata dalla novità dell’avvenimento sacro. Molto più tardi, l’idea di una rivalsa nei confronti dell’autorità ecclesiastica che non voleva accettare la santità della giovane, anzi la teneva nascosta e la cancellava dal mondo, prese il sopravvento fino a diventare un’ossessione.

Aveva preparato con cura Venerina a quella circostanza. Lei era elettrizzata. Sarebbe stata la prima volta, da quando era arrivata nel Bronx, che usciva dal suo isolamento.

Padre Fuller occupato nei preparativi mancò le visite per una settimana.

* * *

All’improvviso quella figura aveva cominciato a mandare fuori un’emanazione scintillante. Venerina era seduta sul ciglio del letto e ascoltava incantata. Poi una nitida voce ordinò. E l’angelo sparì. Ma l’immagine fossile restò ancora per qualche attimo accasciata ai suoi piedi, in ginocchio, come le chiedesse perdono.

Venerina si alzò, chiamò la zia. Erna Crocetti arrivò sollecita, anche per lei era il giorno della rivincita. Fece ciò che le aveva detto padre Fuller.

Aiutò la ragazza a indossare la tunica bianca che aveva portato il sacerdote e le sistemò la coroncina di rose tra i capelli. La guardò soddisfatta. Era quasi bella. Avrebbero visto se raccontava frottole o se aveva detto la verità su quella sua nipote! Prese per mano Venerina.

– Mio dio – pensò – non pesa niente.

In effetti, mentre la guidava su per le scale antincendio, verso la sommità del palazzo da dove avrebbe guardato la processione, la sentiva leggera come fosse fatta d’aria.

Quando arrivarono al terzo piano e aprì la porta del terrazzo, si sentivano già gli echi dei canti sacri. La luce intermittente dell’insegna alternava bagliori azzurrognoli a una luminosità dorata. Venerina, vista così, sembrava proprio un’apparizione. La donna si accorse che la tunica iniziava qua e là ad arrossarsi.

– Meglio, vedranno che è davvero una santa. – si disse.

Da lontano intanto si cominciavano a scorgere i lumi delle candele dei fedeli.

Erna Crocetti fece avvicinare la ragazza alla balaustra, proprio rasente all’insegna, in modo che dalla strada potessero verla bene. Venerina la lasciava fare. Era tenue e passiva.

Il corteo religioso, nel frattempo, era quasi arrivato sotto di loro.

– Sali, sali sul muretto. Ti tengo io non avere paura.

Venerina non aveva paura.

In testa alla processione c’era la statua del Cristo Re, nell’assoluto splendore della sua bellezza divina, portato a spalla dai fedeli. La veste rosso vivo, i capelli chiari e fluenti sotto la corona di spine, lo sguardo mesto e le braccia aperte ad accogliere le miserie del mondo. Il sacro cuore fiammeggiava proprio nello stesso punto dove a Venerina si apriva la piaga più profonda. Dietro, con i paramenti delle grandi occasioni, il Vescovo e sacerdoti delle varie parrocchie per ordine d’importanza, in ultimo Padre Fuller.

Il suo sguardo sembrava quello di un esaltato. Aveva visto da lontano la figura di Venerina stagliarsi, nitida, circondata dalla rifrazione dell’insegna. Ora l’odore di rose dava la nausea.

Nel corteo ci fu un sussulto.

Furono le donne per prime ad accorgersi di qualcosa di strano. Alzarono gli occhi verso il palazzo. Ci fu un brusio. Un rallentamento. Uno sbando. Il Vescovo inciampò sui portatori del Cristo Re che si erano fermati di botto. La statua vacillò. Stette per cadere.

Il silenzio era assoluto.

L’auto dei poliziotti che apriva il corteo aveva già superato l’isolato. Furono gli unici a non vedere il prodigio.

Venerina fece un passo nel vuoto oltre il cornicione. Sfuggì alla presa di Erna Crocetti. Fu un’estasi breve che la rapì. Camminò nell’aria. Un passo, due. Poi si fermò, e sembrò che il tempo si fosse fermato. Fluttuava come una piuma, sospesa sopra le teste degli astanti. Qualcuno urlò.

– È un miracolo! È un miracolo!

Gli ecclesiastici guardarono confusi verso il Vescovo che infastidito ordinò.

– Allontanate quel fenomeno da baraccone.

Congiunse le mani e abbassò gli occhi convinto di aver fatto la cosa giusta. Allora si sentì come un rombo provenire dal corpo in levitazione, il tempo riprese a scorrere e Venerina precipitò giù, come un peso morto.

Padre Fuller si fece largo a gomitate, scansando i fedeli che si accalcavano sbigottiti, con la speranza di afferrarla prima che sfracellasse a terra. Nel silenzio si udì solo il suo urlo, tremendo come una maledizione. Inginocchiato accanto al corpo di Venerina, percuoteva con i pugni l’asfalto. Lei sorrideva serena. Gli occhi aperti verso il cielo e un rivolo sottile di sangue che usciva dalla narice destra.

Padre Fuller si rimise in piedi a fatica. Sembrava cercare una direzione dove fuggire. Il Vescovo mosse alcuni passi verso di lui.

– Figliolo – disse – questa povera infelice ha compiuto il suo terribile viaggio per trovare la luce e invece ha scoperto la tenebra. Possiamo comprendere, ma non perdonare. Chi rifiuta il dono della vita, è un empio. Questo suicidio pubblico è una follia, uno scandalo…

Quelle parole lo raggiunsero come un rumore sordo e confuso. Faticò a capirne il senso ma, all’improvviso, gli entrarono nel cervello come una folgorazione. Prese la mano che il prelato gli tendeva e baciò con devozione l’anello. Restò fermo in quel gesto quasi volesse prolungarlo all’infinito. Quindi, con lentezza, estrasse dalla tasca della tonaca una Beretta calibro 20 e fece fuoco al cuore del Vescovo. Poi rivolse la pistola verso di sé e si uccise.

***

La mattina dopo all’obitorio, quando il medico di turno aprì la cella frigorifera per l’autopsia del cadavere della ragazza, si sprigionò un repellente odore di rose e ammoniaca. Ma il corpo non c’era più. Qualcuno aveva esaudito l’ultimo pensiero di Venerina.

– Spero di morire tutta intera, corpo e anima, cancellata di colpo come non fossi mai esistita.__

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2 thoughts on “Racconto: “Cuore Sacro” di Daniela Frascati

  1. Nazareno says:

    Come sempre la scrittura di Daniela si sviluppa con grazia ed eleganza. Semplice e senza fronzoli inutili, come deve essere un bel racconto. Il finale, forse, ricorda “Nuda vita”, ciò non toglie bellezza a tutto il resto. Brava!
    Diogene il Cinico

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