Racconto: “Donna Cuncetta ‘a fattucchiara”

Immagine correlataTITOLO: Donna Cuncetta ‘a fattucchiara (racconto in due atti e un epilogo)

AUTORE:  Nazareno Anniballo

GENERE: narrativa

Note: Premio giuria al Premio Fortunato Pasqualino 2012

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Turnanno ‘e casa, int’ ‘o stesso quartiere,
addò, guaglione, me sapeva ‘a gente,
me trovo tale e quale a ‘o furastiere
che guarda attuorno e nun canosce niente…
(Diego Petriccione)

Il quadrivio del Triggio
Come sempre, avevo passato la mattinata a giocare per strada con i soliti compagni: i miei cugini e alcuni coetanei loro vicini di casa.Io ero il forastiero, venivo da un altro quartiere, ma trascorrevo le vacanze estive a casa di mio zio, il fratello di mio padre. Tutto sommato mi piaceva stare qui, anche se talvolta, l’esser costretto a cambiare abitudini, mi causava non pochi disagi.
Solo grazie all’intercessione dei miei cugini presso gli altri ragazzi, potevo bighellonare indisturbato senza che osassero toccarmi. La dura legge della strada era chiara: nessuno, appartenente a un altro rione, avrebbe potuto invadere l’altrui territorio senza subirne le conseguenze.
Immagine correlataQuel sabato mattina, una torrida estate sul finire degli anni ’30, l’umidità e lo scirocco imperversavano nel vicolo e ognuno si riparava come poteva. Secchiate d’acqua venivano lanciate per strada dinanzi agli usci socchiusi, pezzi di stoffa erano stesi a mo’ di tende parasole a schermare le imposte; solo chi proprio non poteva farne a meno stava all’esterno, affannandosi nelle occupazioni quotidiane.
Cènza Zitani aveva messo a bollire il calderone delle pannocchie sin dalle prime ore e, adesso, avvisava a gran voce che erano cotte, calde e pronte per essere vendute.
-“Pullanchelle, magnateve ‘e pullanchelle, càvere càvere, nu sordo l’una… ue-ueee”.
Era lì, all’angolo del marciapiede, sotto il balconcino della cummara ‘Ntunetta, dove svolgeva i suoi commerci tutto l’anno, col freddo o il solleone. Ma adesso doveva essere davvero terribile! Il calore del fuoco si sommava alla canicola, costringendo la malcapitata a sbuffare e asciugarsi continuamente il sudore che le grondava dalla fronte, col maccaturo bianco annodato al collo, o col mantesino che portava in vita. Di tanto in tanto, qualcuno andava con un piatto in mano, a farsi servire le spighe di granoturco fumanti ricoperte dalle sverze verdi, affinché non si indurissero.
Dall’altro capo del vicolo le faceva eco Chiarenza ‘a graunara, che in estate integrava lo scarso commercio di carbone con la vendita di prodotti di stagione, lumachine di terra per l’occasione, cercando di non fare concorrenza a nessuno. E così, di tanto in tanto, si levava alto il contro grido: “marruchielli, marruchielli càveri e ciuotti… accatateve i marruchiiiiell… venite genti… venite che addò Chiarenza se pava pure ’n crereeenza”. E forse, era proprio l’invito a potere acquistare a credito la parte più interessante del suo commercio.
Nelle abitazioni si cominciava ad apparecchiare per il pranzo, in attesa che si facesse l’ora di calare la pasta. Io camminavo cercando di ripararmi dal sole, rimanendo all’interno delle aree irregolari che l’ombra dei tetti e dei panni stesi proiettavano per strada. Un po’ mogio, mi avviavo solitario verso casa di mio zio. Avevo appena smesso di giocare a spacca strummolo e stavolta, ahimè, ci avevo rimesso la mia trottola; fracassata senza possibilità di appello tra le smargiassate di chi aveva vinto e gli schiamazzi di rito. Malgrado fosse quello l’epilogo annunciato del gioco, me ne ero andato indispettito e ferito nell’orgoglio. Immagine correlataSolo i dolciumi in bella mostra nella vetrinetta del bar di Rusina, erano riusciti a distogliermi per un attimo: spumini di meringa, giuggiole colorate, franfellicche, cannellini e cunfettielli, caramelle e barchetelle di liquirizia, ciucculatini e cruccantini, bocconotti alla crema e biscuttini secchi… Quanto mi sarebbe piaciuto poterci allungare una mano dentro! Ma all’epoca chi me li dava i soldi. E così, a testa bassa, doppiamente contrariato, seguitavo a camminare scalciando con stizza qualche sasso lungo il percorso. Dovevo avere ben stampato il mio malumore in viso, tant’è che Cienzo ‘u Moro, il postino del quartiere, passando m’aveva detto: ue-uè, stammatina nun salutamm’ manco, bellu guaglio’? Tenimmo o mazzetiello stuorto?
L’avevo guardato imbronciato, alzando gli occhi come a scusarmi e sussurrando un buongiorno di comparenza. Lui conosceva tutti nel quartiere, uno per uno. La guerra in Africa lo aveva rimandato a casa con un occhio un po’ offeso, ma era riuscito ad avere un lavoro da portalettere alle Poste. Durante il servizio militare s’era appassionato alla musica e aveva imparato a suonare la tromba, che era divenuta la sua più grande passione. Riabbassando il capo l’avevo sopravanzato mentre lui si avviava veloce in direzione opposta.
Anema longa, il sarto che in realtà si chiamava Saverio, soprannominato così perché sicco sicco e luongo luongo, stava chiudendo bottega e usciva dal sottano portandosi la sedia dentro. Qualche ospite fisso si attardava ancora nel salone di Armando Feleppa, il barbiere del quartiere, mentre l’aiutante, un figuro stortignaccolo e bianchiccio, detto Peppe ‘a miseria, spazzolava il collo di Don Pellerino ‘u ruaniere. Da lontano, si sentiva il fischio e lo schioccare ripetuto della frusta di Vicienzo ‘u carrettiere, intento a incitare il suo povero ronzino semicieco nel vano tentativo di farlo accelerare. Zi’ Libera, appena accorsa sull’uscio, lanciava invettive all’insegna del carretto.
-“E bbravo a Vicienzo… si te more Alì Babbà staje frisco! Po’ t’attacche a ‘o tram!”
-“Ma si manco ‘o tocco… Chisto ‘nimale, accire isso a me, cummara mia ! Ma na sacchettella ‘e sciuscèlle e nu pucorillo e vrénna ce stà? V’a pavo stasera appena torno…”
È così che campava zi’ Libera; mangiava, viveva, e faceva i suoi bisogni, oltre che i suoi traffici, tutto in quel sottano due scalini sotto il piano strada. Veniva da un paese della provincia e vendeva da mangiare per i cavalli, fieno, crusca, carrube ma anche legumi, uova e, su prenotazione, qualche pollo, un coniglio o qualche picciunciello, a suo dire, paesani.Risultati immagini per immagini fattucchiera
Veloce, era già tornata fuori con un secchio pieno per rifocillare Alì Babbà, che stavolta senza farsi pregare oltre, aveva abbassato la testa mostrando di gradire.
Mi fermai sotto le gabbiette, sull’uscio di mast’Umberto ‘u scarparo, grande appassionato di canarini e cardellini. Ne aveva di ogni tipo, finanche di quelli con le penne arruffate e dai colori sgargianti che diceva essere di razza olandese.
-“Buongiorno mast’Umbe’…”
-“ Uè piccerì, che vaje facènno ancora miezo a via a chest’ora?”
-“Niente, tornavo a casa e guardavo i canarini”.
-“Belli eh? L’hai visto chillo nuovo? La ‘ncopp, chillo ca canta chiù meglio e tutti quanti…o sienti? È nu spettacolo, nu canario ‘ncardillato comm’a chisto, nun l’avevo mai avuto!”
All’improvviso una voce mi distoglie dalla conversazione richiamando la mia attenzione.
-“Guagliò… uè guagliuncie’, me sienti? Vieni ca nu mumento”.
Chi era, chi mi voleva? Mi voltai e vidi donna Cuncetta ‘a fattucchiara chiamarmi da dietro la porta del suo basso. Era un personaggio singolare, considerato e riverito da tutti nel quartiere. Rimasta vedova da poco, avendo perduto il marito in Abissinia, tirava a campare, oltre che con la misera pensione di guerra, leggendo le carte, scacciando il malocchio, facendo filtri e qualche fatturella quando capitava – ma sulamente a fin di bene, s’intende, senza mai addimmannare un centesimo a nessuno e con le offerte di tanta bona gente – era solita dire facendosi il segno della croce.
Mi avvicinai alla porta.
-“Sai s’è ancora apierto ‘o banco lotto d’a cummara Palluncina?”
-“Sì, ci sono passato adesso”.
-“Bello d’a zia…Io nun pozzo ascì, m’o facisse ‘o piacere e me jucà n’ambo a’ bona afficiata? Una lira, 12 e 21 su Napoli, ambo asciutto. Ma fa’ ambresse ambresse, prima ca chiure. Manco ‘e cane avesse ascì e nun l’aggio jucato… nun sia mai! Tiè, cu cheste accatate ‘e caramelle”, disse, regalandomi una moneta da un soldo.
Ero al settimo cielo e corsi veloce a fare la commissione. Di lì a pochi minuti ero già di ritorno, col fiatone e il biglietto giocato. Ansimante, aspettavo alla porta dopo aver bussato al vetro.
-“Chi è?”
-“Io… So’ Francesco”.
-“È apierto, jésce dinto! Aspett’ accà nu mumento che me s’azzecca o sugo int’ o’ tiano”, e mentre lo diceva era già sparita nel cucinino dietro una tenda.
Non ero mai entrato in casa di donna Cuncetta… avevo un’idea piuttosto vaga delle sue occupazioni, giusto quello sentito dire da mia zia, contro le fantasie dei ragazzi raccontate per strada su diavuli, munacielli e scazzamaurielli. Passava quasi per una strega, capace di chissà quali sortilegi e malefici. A quel tempo la nostra immaginazione non aveva limiti. Per questo, forse, mi sarei aspettato un ambiente più misterioso, con gli indizi delle attività magiche a vista e chissà cos’altro…
E invece? Rimasi deluso nel constatare che la sua casa assomigliava a tante altre del quartiere, arredata alla buona, un po’ cupa, ingiallita, maleodorante di umido, e per di più, ancora con i segni evidenti del terremoto di qualche anno prima. Un’unica presenza incombeva dall’alto di una colonnetta: una Madonnina sotto una campana di vetro, vestita di una tunica bianca e col mantello azzurro, nell’atto di calpestare la testa del serpente. Girai gli occhi e vidi uscire donna Cuncetta dal cucinino sul retro.
-“Allora, tutt’a posto?”
-“Sì, sì… due lire, 12 e 21, ambo asciutto su Napoli, eccovi la giocata”.
-“E bravo a Francischiello…si’ proprio nu bravo guaglione.”
-“A proposito, la cummara, vi manda questa bottigliella d’olio per il Santo. Ha detto che voi sapete già…”
-“Dammi qua, che a San Cirione è quasi fernuto l’olio nella lanterna votiva. Guaglio’, ma lo sai che questo è un Santo potente assaje!? Niculino, buonanima – e si fece il segno della croce baciandosi la mano e indirizzando il bacio verso l’alto in segno di venerazione – ci teneva tanta devozione. Fu proprio lui a trovarlo, quando faceva il muratore agli scavi vicino alla chiesa della Madonna delle Grazie. L’ingegnere aveva pure detto di sotterrare tutto e andare via. Ma lui niente, non gli fece il cuore di fare quel sacrilegio e atterrare di nuovo la formella con l’immagine del Santo, e così, a nascuso di tutti, se lo portò a casa, assieme a questa lanterna a olio. E facette bbuono, perché il professore Meomartini in persona gli disse che, sicuramente, si trattava di uno dei quaranta martiri morti ammazzati dai romani, e che il posto dove l’aveva trovato si chiama per questo “i Santi quaranta”.
Alla cummara Palluncina ci serve una grazia grossa, ma grossa assaje…Ma non per lei medesima, no! Per la figlia che non riesce a rimanere incinta, e solo il Santo la può aiutare”. Lo vedi a questo qua?! Ma lo sai a quante brave femmenelle che non riuscivano a rimanere ingravidate ha fatto la grazia?”
E, parlando parlando, rovesciò lentamente un po’ d’olio nella lampada posta dinanzi all’edicola votiva col Santo, mentre la fiammella continuava ad ardere.Immagine correlata
-“Per devozione la fiamma non si deve mai spegnere, l’unica volta che è successo… – e gli occhi le si riempirono di lacrime. L’unica volta che è successo – e si soffiò il naso rumorosamente – San Cirione, non me lo doveva fare… alla guerra Niculino è stato colpito a morte da uno di quei fetienti di Bissinesi brutti e niri, che in miezo a tutta quella gente, ‘ntimeno, proprio a lui dovevano ammazzare mentre che il Santo non lo proteggeva. Ma che bbuo’ fa,’ così è la vita!”
E fece per spingermi verso l’uscita.
-“Mo tornaténne che sennò fai tardi, e zi’ Maria se ‘nquieta… va a mangià, va’. Statte accuorto e c’a Maronna t’accumpagna”.
Mentre m’incamminavo verso casa, si avvertiva fragrante il profumo del pane appena cotto.
Un avventore stava entrando nella Cantina di Fasulo: OGGI ZUFFRITTO D’AGNELLO E TRIPPA CON PATATE, segnalava il cartello dinanzi la porta. Più in là aleggiava odore di frittura e peperoni arrostiti.
Marittiello ‘u fravecatore, salutando rumorosamente, usciva dalla Taverna di Voccola con un fiasco colmo di vino rosso da portare ai compagni di lavoro. Poco più in là, sotto l’archetiello di fronte casa di zio, Ciccuzza era intenta a friggere.
-“Zeppule, zeppule e scagliuozzi, …Stammatina ce stà pure ‘o baccalà fritto, càvero e salatiello… Ué-ué, stann’ascenno e panzarotti, jamme a magnà ”.
Da lontano, la tromba di Cienzo ‘u Moro faceva riecheggiare lamentose le ultime note prima di pranzo, abbandonandole a volteggiare malinconiche a mezz’aria nella calura d’agosto.
Chiaccone, al panificio, stava per sfornare la cotta della mezza…
Questi odori che si rincorrevano nei vicoli, passando attraverso la biancheria stesa ad asciugare, si mischiavano alle sonorità e ai colori del rione, all’umanità della gente del Triggio a Benevento, diffondendosi tutt’intorno come una brezza vitale.
Col tempo, quelle sensazioni si sarebbero insinuate in me stesso e prima ancora che me ne accorgessi le avrei avute radicate nell’intimo… Allora non potevo saperlo, ma le avrei portate dentro per una vita intera.
Dal quadrivio del Triggio, dove si concentravano le tante attività e le tante storie di una piccola città nella città, è iniziata la mia vita.

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Napoli anni e anni dopo
Il quartiere si sveglia sempre così, con Lillino ‘o scupatore che comincia a ramazzare dall’alto della salita Paradiso a venire giù, mentre don Attilio, il guardaporta titolare del palazzo, apre l’ingresso grande e lancia due secchiate d’acqua e lissiella a terra per disinfettare.
Il forno ha già aperto i battenti diffondendo ovunque la fragranza del pane fresco… antichi ricordi mi tornano alla memoria.
Per strada, sempre gli stessi, e con i medesimi orari; a guardare l’orologio, potresti regolarlo con i loro transiti! Peppiniello il metronotte sta rientrando adesso in bicicletta, come ogni giorno, alle 6 in punto, spingendo piano sui pedali e scampanellando dinanzi al portone. Da quando don Attilio l’ha preso in pieno con una bordata d’acqua, avverte sempre del suo passaggio. Don Antonio è appena sceso; ogni giorno scambia un cenno di saluto e due parole col portiere prima di accendersi una sigaretta e andare alla barberia in via dei Tribunali a farsi rasare. Poi alle 8, puntuale come un orologio svizzero, tira su la saracinesca del suo negozio di tessuti a Porta Capuana
Mi desto di buon’ora, anche se non sarebbe più necessario; del resto, le vecchie abitudini sono dure a morire e così, anche in pensione, ho mantenuto la medesima sveglia. Vado in cucina e mi preparo il caffè. Faccio la macchinetta grande, anche se sono da solo; fa meno tristezza e l’espresso riesce meglio. Poi chiamo Attilio da basso, e gli faccio cenno di salire; lui annuisce col capo e posata la ramazza dietro l’anta del portone, viene su. Io gli lascio la porta socchiusa e vado a prendere due tazzine, apparecchiando sul tavolo della cucina. Dopo poco sento lo scatto della serratura e lo vedo apparire.
-“Buongiorno prufesso’, tutt’a posto stamattina? Grande Napoli domenica! Ve l’avevo detto io che me lo sentivo… Un partitone prufesso’, l’avimmo fatti chiàgnere a Livorno: due papagni secchi gli abbiamo dato, e pure fuori casa!! Quest’anno vinciamo il campionato sicuro…”
Perplesso, faccio un cenno col capo mentre verso il caffè. Prendo la zuccheriera e servo quattro cucchiaini al mio ospite, per me, invece, amaro.
-“Prufesso’, credetemi, dopo tanti anni, ancora non riesco a farmi capace di come fate a prendere il caffè amaro!”
Nel mentre gira, gira, gira… gira sette volte in senso orario, poi picchietta sul fondo al centro della tazza per sentire se c’è ancora zucchero non sciolto, e rigira altre tre volte in senso opposto, passando il cucchiaino sul bordo per bagnarlo, poggiandolo sul piattino. Solo allora sorbisce rumorosamente in quattro sorsi, inspirando sull’ultimo dalle narici per incamerare l’essenza dell’aroma. Sempre così, da anni, da quando è iniziato il nostro rito al mattino.
Ha posato il giornale sulla tovaglia, un po’ spiegazzato dall’utilizzo a scrocco che, puntualmente, ne fa prima di consegnarmelo. Faccio per dargli i soldi. Li mette in tasca e, a conferma di quanto appena pensato, mi anticipa:
-“Avete visto Obama? Altro che finire la guerra, mo vuole mandare altre truppe per stanare quel grande scornacchiato di Bin Ladèn”.
-“Bin Làden…” accentuando la prima vocale.
-“Sì, sì, proprio lui Bin Ladèn!”
Non accorgendosi che il problema è l’accento, e non la comprensione del nome!
– “Ma come prufesso’? Proprio voi non sapete chell ca succere?”
Lo guardo e vorrei controbattere, vorrei proprio dirglielo che lo mando a prendere il giornale ogni santa mattina per questo motivo, ma che non potrò mai competere con lui che mi anticipa puntualmente nella lettura. Tuttavia non vorrei gli suonasse come un rimprovero e non ho l’intenzione di usargli scortesia… e poi, per così poco!
-“Attilio, volevo chiedervi un piacere, se posso”.
-“A disposizione… ditemi pure”.
-“Mi procurereste un po’ d’olio per la lucerna del Santo che sta finendo?”
-“Sicuro, ci mancherebbe; il tempo di sbrigare le faccende nel palazzo e aspettare che aprano i negozi. Non ve n’incaricate che ci penso io. Dite pure al Santo che stesse spenzarato che qui non gli facciamo mancare niente. Ce vedimmo cchiù doppe ”.
E si avvia alla porta salutandomi.
Mi avvicino all’effigie di San Cirione e prendo la lampada a olio tra le mani; lo stoppino annerito dalla combustione arde, arde giorno e notte, da sempre, da quando tanti anni prima …

*****

Il Santo e la lucerna
Quel giorno ero tornato a Benevento; volevo rivedere il centro storico, tornare a respirare l’aria di luoghi d’origine. Così mi incamminai attraverso la discesa del Pisciariello, percorrendo via Bosco Lucarelli, via Carlo Torre e i vicoli del Triggio: nulla, non ci avevo trovato nulla… era tutto in preda al degrado totale. Solo desolazione e case fatiscenti, molte puntellate o addirittura crollate. Nessuna voce, nessun segno d’attività. Dov’erano finite la vivacità e il fermento del vecchio rione? Dove erano finiti tutti gli abitanti?
Qualche raro animale randagio era lì a guardami sospettoso; un quartiere fantasma, ecco cos’era diventata l’anima popolare di quella città. La guerra, i bombardamenti, e due terremoti, avevano messo in ginocchio e avvizzito i luoghi della mia infanzia. Mi giravo intorno rincorrendo gli echi del passato, le voci della gente, le grida dei venditori, vedendo solo con gli occhi della mia mente le ombre di quei ragazzini che correvano per strada…
E in un attimo rividi anche me bambino, all’improvviso, davanti la porta di donna Cuncetta.
La ritrovai a fatica, divelta. Entrai senza curarmi della sporcizia, degli escrementi, delle erbacce e delle assi pericolanti che pendevano dal tetto sfondato.
Lugubre… nessuna traccia di vita, quel poco che era rimasto portava i segni di mezzo secolo d’abbandono. Eppure, mi sembrava come se qualcosa mi avesse attirato lì, come se qualcuno mi avesse chiamato, ma ancora non capivo. Feci per uscire, nauseato da quell’odore acre e inciampai nei detriti, evitando a malapena di cadere; tra le macerie, sporgeva una lastra di terracotta. Si leggeva: “Gloria ac laus tibi, Domine”, la girai e vidi il Santo. Si era rivoltato ed era rimasto così forse per decenni, come a nascondersi e proteggere il suo viso, custodendo la lucerna sotto di sé. La presi. Era scheggiata, la ripulii alla meglio e andai via.

***

Con cura rimetto la lucerna dinanzi all’immagine sacra e ripenso, ripenso a tutto quello che non c’è più…
Chissà se ancora una volta, allorquando s’era spenta la fiamma, il buon vecchio San Cirione non si fosse distratto nuovamente, e così erano spariti tutti. E con loro, la mia fanciullezza, come in un gioco perverso, come in un’assurda magia; proprio come era successo a Niculino colpito a morte dai Bissinesi…
Non capisco… qualcosa deve essermi sfuggita, non colgo il senso, mentre una lacrima mi sgorga da sotto gli occhiali, e io non riesco o forse, dopo tanto tempo, non voglio neanche più trattenerla.__

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