Racconto: “Fotogrammi” di Maria Iervolino

racconto fotogrammi di Maria IervolinoTITOLO: Fotogrammi

AUTORE:  Maria Iervolino

GENERE: narrativa

Note: Pubblicato nell’antologia: Quante Notti. Perrone Editore

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Di giorno guido per stradine assolate tra le cose banali di sempre: le pareti ocra dei palazzi all’angolo, qualche albero rinsecchito e cartacce sparse ai bordi delle aiuole. All’incrocio, col semaforo sul verde, diversi fichi d’india spappolati sulla strada. Disposti lì come a crearmi un quadro. Nella curva, a terra, una scarpetta di peluche al centro. Vorrei scendere e giocarci a calci, per fare qualcosa di diverso o solo per riscoprirmi ancora un po’ randagia. Di notte, invece, vivo vite strane.

Una chiamata mi aveva colta di sorpresa.

“Ciao… Come stai?”

“Io bene, ma ti sento male”.

Non riuscivo a distinguere che qualche suono, poi era caduta la linea e la voce, già lontana, era di colpo sparita.  Via così dalla mia vita. Tutto ovattato e poi fuso a mestiere in estensioni mie, tra fantasia e realtà.

Ero scesa nel vicolo dopo aver saltellato tutte le scale con i pantaloni neri di jersey che arieggiavano sulle caviglie. Arrivata all’imbocco della viuzza piena di buche, avevo incontrato Harry, alto e magro, piantato lì da un sadico caso a ricordarmi altri tempi. Quelli terribili e dolci. Lui aveva appoggiato i suoi occhi sulla mia spalla, li aveva poi spostati sulla bocca. Io parlavo e sorridevo. Sorridevo e parlavo, mentre lui continuava a squadrarmi. Mi guardava i seni e le mani e poi il collo e di nuovo la bocca.

Aveva provato tante volte a baciarmi, Harry, senza riuscirci mai. Allora mi ero alzata sulle punte, intenerita da quel contemplarmi senza provarci più. Gli avevo baciato le labbra ed ero corsa via.

“Quando posso rivederti?” mi aveva chiesto.

“Alle 16:00 in piazza” la mia risposta. Mentre già ero lontana.

 

Ero tornata in casa e guardavo le spalle larghe di lui. Beh, non è tanto male…

Quando avevo deciso di non volerlo più? E perché?

Avevo sorriso anche a lui.

“Ti aspettavo” mi aveva detto “Non ho mai smesso”.

Io non sapevo più parlare. Non riuscivo a dirgli che mi dispiaceva tanto sentirlo così estraneo. Non veniva fuori dalla bocca la mia paura, né dallo sguardo. Sorridevo e basta. Lui, nudo, aveva poggiato le ginocchia sul letto e aveva spogliato anche me. Non avevo desiderio di lui, forse solo il bisogno di appartenere a qualcuno. Che una carezza almeno riuscisse a scaldarmi. Facevamo all’amore.

“Non venirmi addosso, ti prego”.

“No. Certo che no”.

“Non so se voglio ricominciare”.

Pochi minuti dopo ero di nuovo sola. Lui dormiva soddisfatto e sereno. Io piangevo. In silenzio, strusciandomi la bocca sul braccio.  Attorcigliavo i capelli intorno all’indice. Le lacrime annientavano ogni pensiero ma non mi scollavano di dosso il disgusto di essermi lasciata fare così, mentre ancora nelle orecchie mi ronzava quella voce lontana: “Ciao… Come stai?”, mentre ancora Harry ripeteva: “Quando posso rivederti?”

 

Mi ero spostata in cucina, sul mobile della credenza l’acqua scendeva a ruscello. Ci inzuppavo del pane duro, senza nemmeno averlo messo in una ciotola. Nessun recipiente. L’acqua cadeva gocciolando sul pavimento, mi bagnava le gambe… poi era entrato il mio bambino.

Tutto gonfio, lui, sulle palpebre e sulle labbra. Tumefazioni scure, come ustioni radioattive. Chiudeva gli occhi, non ci riusciva proprio a tenerli aperti, stava in piedi, ma barcollava. Lo scuotevo, non volevo perdesse i sensi, ma lui non si reggeva. L’avevo preso in braccio e di nuovo giù per quelle scale. Avevo incontrato alcune persone che mi avevano chiesto cosa fosse accaduto. Non avevo risposto. Non c’era tempo e continuavo ad andare di corsa.

Accidenti dov’è l’ auto?!racconto fotogrammi di Maria Iervolino

Un’altra macchina mi ostruiva il passaggio, vicino alla portiera, a terra, due cassette piene d’uva. Grappoli bianchi che scendevano a cascata e che contribuivano a rendere vana la mia corsa. Imprecavo… Dovevo salvare mio figlio!  Dovevo solo salvare mio figlio.

 

Oggi ripercorro le stesse strade assolate. Un leggero maestrale a scombinare tutto. I fichi d’india arrotati sull’asfalto, ancora lì, e negli occhi l’uva bianca a grappoli che scende a cascata dalle cassette: i miei sensi appesi.

Le braccia tese sul volante.

Negli occhi i fotogrammi di una notte.

Accendo una sigaretta.

Click: Gli occhi tristi di Harry che mi aspetta senza vedermi arrivare mai.

Aspiro, avidamente.

Click: Le spalle larghe di lui che dorme nella sua stanza.

Butto fuori il fumo con gli occhi socchiusi.

Click: La voce allegra di chi non c’è.

Inforco gli occhiali scuri.

Click: Il sorriso di mio figlio che mi dorme accanto.

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