Racconto: “La Quaresima”

TITOLO: Quaresima

AUTORE:  Cinzia Pierangelini 

GENERE: narrativa

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Quando erano morti i genitori di Mela, Rosario si era preso, in casa, sua cognata Santuzza. Il giorno che la ragazzina era arrivata, sparuta e confusa, lui aveva pensato che pareva proprio un grilletto: nera, nera, con due gambe sicche e lunghe e le costole sporgenti.

Ci aveva messo tempo, la poverina, ad ambientarsi nel nuovo paesino del nord ed era, comunque, rimasta schiva come una gatta randagia: compariva solo per mangiare o se la chiamava Mela, e si esprimeva a monosillabi come  non si fidasse di nessuno.

Santa, però, in un paio d’anni, quasi a compensare il suo timido carattere,  era cresciuta come una pianta rigogliosa e aveva perso le fattezze da insetto, diventando invece bella in modo esagerato; talmente attraente da tentare tutti gli sfaccendati del paese e magari quelli che di faccende loro ne avrebbero avute ma, incontrandola, se le dimenticavano subito, preferendo piuttosto seguire con lo sguardo, e più tardi con la fantasia, il percorso ignoto delle sue lunghe gambe.

“Rosario, vedi di dare un occhio a mme soru” diceva Mela al marito “Si fici troppu bedda…mi scantu! Ché è ‘na picciridda ancora!”.

E Rosario l’occhio glielo dava, anzi magari tutti e due e sempre più spesso, ché quella femmina gli era entrata piano piano nel cervello.

Se la sognava di notte e se l’immaginava di giorno; e se, all’inizio, aveva provato un fastidioso senso di colpa nel desiderare la sua cognata bambina, poco a poco il sangue gli si era surriscaldato come se, al solo vederla, gli si sciogliesse lava dell’Etna nelle vene.

Ben presto aveva perso qualsiasi moralità, inebriato dal ciauro di Santuzza, dalla vista dei suoi capelli neri e lunghi e dei suoi giovani, floridi seni o dagli occhi scuri e profondi come laghi di pece bollente.

E la bocca, poi…Cosa non avrebbe dato Rosario per quelle labbra carnose e rosse che si aprivano su una fila di denti un po’ grandi ma bianchi come perle. Si giustificava con se stesso, ipocritamente, giudicando normali quegli istinti rapaci per un uomo nel pieno del vigore e provocato, per di più, ora dopo ora, da quella grazia di Dio.

Si perdeva come un cane da selvaggina dietro le tracce della preda: annusando l’aria ed eccitandosi sempre di più. Se l’aveva davanti, a tavola per esempio, non riusciva a levarle gli occhi di dosso. La osservava masticare, succhiare, leccarsi il sugo agli angoli della bocca, infantilmente, e trasferiva altrove quelle movenze, con un piacere masochista che, alla sera, diventava sadico tra le cosce della moglie. Andava cercando nella cesta del bucato la sua biancheria per sentirne l’odore, la seguiva per casa toccando gli oggetti che lei aveva maneggiato e strusciandoseli addosso come feticci. Si chiudeva spesso in bagno, poi, a darsi soddisfazione da sé davanti allo specchio, immaginandola in ginocchio ai suoi piedi o piegata davanti al lavabo, costretta a guardare nello specchio ciò che lui le faceva, o come una bestia: a quattro zampe sulle mattonelle bianche, i lunghi capelli sciolti sulla schiena come briglie da tirare con energia.

“Stacci attento, Rosario, ah!” insisteva Mela, obbligandolo a prendere e accompagnare Santa a scuola o per commissioni. E il giorno che, il marito, era tornato con un occhio nero, per aver pestato a sangue un ragazzotto che aveva sconcicato Santuzza per strada, Mela se l’era abbracciato e baciato come fosse un eroe; senza , neanche lontanamente, che era stata la gelosia a spingerlo alla lite. Una gelosia furiosa e accecante che lo avrebbe portato all’omicidio se gli amici del malcapitato non fossero accorsi a proteggerlo. Santuzza gli aveva pure sorriso a quel deficiente, si era presa il complimento con un’aria soddisfatta, come una cagna di strada, aveva pensato Rosario e subito si era dipinto una scena tra i due: le mani di quel disgraziato sotto alla gonnella, sui seni, la lingua rapida sul collo e poi…Poi era esploso, aveva attaccato come un animale, a testa bassa, in difesa della sua femmina. Aveva attaccato per uccidere e subito possedere la preda, voracemente, con cattiveria.

Era cominciata da poco la Quaresima, e il paese soffocava in una coltre di nebbia appiccicosa che toglieva il respiro, il giorno in cui Rosario si trovò per caso nella lavanderia, ricavata nel locale adiacente al garage, proprio mentre Santa caricava di bucato la lavatrice.

La ragazza era di spalle, chinata, concentrata a spingere attraverso lo stretto oblò le lenzuola. Piegata in avanti mostrava l’orlo della sottoveste nera sulle lunghe gambe snelle, muscolose, da adolescente. Attraverso la stoffa si intuivano i fianchi magri e stretti da ragazzino, così inadeguati al suo seno  grosso, un seno che mandava in estasi tutti i vecchi bavosi del paese.

Non lo sentì entrare.

Rosario rimase qualche secondo a guardarla, silenzioso come un carnivoro nascosto nell’erba alta, pronto al balzo. Prima di raggiungerla, cingendola improvvisamente alla vita da dietro, si sbottonò i pantaloni. Le si incollò al corpo con violenza.

Santa si spaventò ma, voltando la testa e riconoscendo il cognato: “Cchi fai? Lasciami, scimunito!” disse, con un accenno allegro nella voce. Quando incrociò lo sguardo dell’uomo, però, capì all’improvviso, con l’intuito di cui solo le prede hanno il triste dono.

Iniziò, allora, una lotta muta e impari. Più Santa si difendeva, peggio Rosario s’infuocava. Finalmente, riuscì a spingerla in terra tra le lenzuola sporche; la girò di spalle, coprendole la bocca con una mano e bloccandola col peso del  proprio corpo, e poi diede inizio alla sua fantasia preferita, sussurrandole nell’orecchio: “Non ti scantare che qua tuo marito non ci controlla subito subito quando ti sposi!”.

Il dolore fu così intenso che Santa, disperatamente, gli morse la mano con tutta la forza dei suoi giovani denti.

“Zoccola!” ruggì Rosario, ritraendo la mano sanguinante. “Mordi qua, jarusa! E muta! ché se ti sente Mela… di casa ti caccia!” e così dicendo le spinse la faccia a fondo tra le lenzuola, tenendogliela premuta con tutta la sua forza e continuando ad approfittare di lei come un invasato, a occhi chiusi, ebbro del calore e dell’attrito di quel corpo illibato. La ragazza scalciò selvaggiamente e cercò invano di divincolarsi. Poi, poco alla volta, sembrò arrendersi, la sua difesa scemò, singultando, sino a quando Rosario la sentì cedere del tutto, rimanere inerte e arrendersi a lui totalmente.

“Minchia, lo sapevo che ti piaceva!” le sussurrò roco “Io le femmine come a te le capisco subito!”.

La sentì afflosciarsi sotto di sé, sgonfiarsi quasi, con un piccolo sospiro ed ebbe la certezza di averla pienamente soddisfatta.

“Sì amore, amore mio…” gemette, lasciandosi andare anche lui, mentre un intero vulcano eruttava dal suo corpo, rovente come l’inferno.

Subito dopo si rialzò e, abbottonandosi velocemente i calzoni: “Dai muoviti!” disse “Ricomponiti, puttanella, ché magari viene Mela. Santa? Che cazzo fai? Alzati, forza!”.

La voltò con malagrazia tirandola per un braccio e subito la sentì troppo pesante. Di marmo.

Gli occhi gli si persero nello sguardo vuoto di Santuzza: due laghi di pece nera che piano si velavano nel viso orribile della ragazza, soffocata in silenzio tra le lenzuola sporche.

Proprio in quel momento dalle scale giunse la voce irritata di Mela: “Santa unni sì? Rosario, unn’è Santuzza, ‘a vidisti? Non la trovo e si sta fannu taddu pi’ iri a’ la Messa!”

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In principio fu il mare (il vascello)

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