Racconto: “L’ombelico della terra”

TITOLO:  L’ombelico della terra

AUTORE:  Mirella Montemagno

GENERE: narrativa

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 «Io sono come l’argento legato alla Luna e ai suoi raggi» mi aveva detto una volta durante una pausa del suo lavoro, «il mio vero nome, señora, non è Dolores come mi chiamate voi, ma Jmetik Rosario come la Virgen del Rosario, Nostra Madre Luna che cura ogni male.»Raramente la mia colf si lasciava andare a simili confidenze; non commentavo mai, perché avevo capito che era inutile tentare di scalfire il muro delle sue convinzioni ataviche. Mi ero abituata a certe sue stranezze, ma le volevo bene. Lavorava in casa mia da anni e ormai la consideravo una persona di famiglia. Perciò mi addolorai quando seppi che il suo bambino, affetto da una malattia gravissima, era stato ricoverato in ospedale e rimasi molto turbata quando venni a sapere che Dolores era all’improvviso scomparsa.

Dicevano di lei che, data l’inefficacia delle cure, avesse abbandonato l’ospedale e si fosse rivolta ai curanderos del suo lontano villaggio o ai brujos delle montagne. Intanto erano trascorsi alcuni mesi e di Dolores e del suo bambino nessuno parlava più. Però io forse sapevo dove poterla trovare. Si avvicinava la festa della Virgen del Rosario dai raggi d’argento.

 

Argento, metallo bianco e lucente, simbolo chimico Ag, peso atomico107,88; numero atomico 47. Erano queste e altre simili le notizie sull’argento che mi interessavano. Dalle mie memorie scolastiche derivavo alcune conoscenze; per esempio, sapevo che dopo la scoperta del nuovo mondo i conquistadores spagnoli avevano razziato dal continente sudamericano immense quantità d’argento, costringendo gli indigeni a lavorare come schiavi in terrificanti miniere, come quella di Potosì in Bolivia. Un autentico genocidio.

Da buona chimica, impegnata quasi esclusivamente nel lavoro di laboratorio, ciò mi interessava ben poco, del resto quei tempi di sterminio erano ormai lontani. Dell’argento oltre alle sue qualità chimico-fisiche e alle reazioni atomiche e molecolari altro non mi interessava sapere.

Come signora della borghesia europea possedevo posate,  candelabri e una serie di utensili per impreziosire la tavola, mai però avrei portato un gioiello d’argento; infatti ne avevo soltanto d’oro.

Nel mio mondo fatto di concretezza sperimentale era inimmaginabile che oltre alla sua duttilità fisica l’argento potesse avere una sorta di duttilità psicologica o spirituale, tale quindi da potersi simbolicamente fondere con vaghi aspetti della personalità umana o, ancora peggio, con ciò che viene chiamata anima. Dubbi amalgami, concetti dai quali accuratamente rifuggivo. Roba impalpabile, da pseudo ricercatori come gli antropologi.

Mai… Non immaginavo allora che per l’imprevedibilità della vita l’argento o piuttosto una banale, seppur bellissima collana di quel metallo, avrebbe avuto grande significato per me turbando, non so ancora se per pochi giorni o, chissà, forse per sempre, il mio modo razionale di concepire il mondo.

In fondo a volte basta poco, anche un semplice atto d’amore per toccarci profondamente, farci cambiare ottica, capovolgere tutto…

 

«Stai attenta Elvira», mi disse Miguel, un collega dell’università del Chiapas in cui da tempo insegnavo, «gli Indios che a San Juan Chamula ci troveremo intorno non sono molto accoglienti. Io li capisco. Voi europei siete venuti a predare, a comandare, non a comprendere e ora vi rispondiamo con glaciale indifferenza se non con ostilità. Per quanto vi siate sforzati di essere sorridenti e amichevoli, per noi resterete invasori come tutti gli stranieri; come gli stessi ladinos, i messicani delle città appartenenti alla cultura vincente, eredi dei conquistadores e della santa inquisizione. Forse solo i gringos, che con le loro banconote verdi pretendono di comprare financo il sorriso del mondo, hanno ai nostri occhi fama peggiore.»

Davvero non confortante. Tuttavia ero decisa. «Voglio andare comunque» risposi «è l’unico posto dove potrei incontrare Dolores e se sei sempre disposto ad accompagnarmi… »Risultati immagini per chiapas vergine luna

 

Quando alla prima luce del mattino arrivammo nel piccolo centro dell’altipiano del Chiapas l’aria era ancora fresca e nella piazza il mercato affollatissimo straripava di colori. Nessun turista era ancora in giro e tra la folla, nonostante la presenza di Miguel, non mi sentivo molto serena; alcuni anni addietro nella stessa piazza due francesi erano stati lapidati perché si ostinavano a “rubare l’anima” agli indios, scattando loro delle fotografie.

Su consiglio di Miguel pagammo quindi rapidamente nell’ufficio comunale la “protezione” e un incaricato della municipalità, armato di un grosso bastone, ci scortò nel luogo forse più “proibito” dell’intero Messico: la chiesa di San Giovanni Battista che, bianca, si stagliava contro il cielo azzurrissimo ai margini della grande piazza del mercato.

«Secondo la credenza dei bellicosi Chamula,» mi aveva detto Miguel, «questa chiesa è situata en el ombligo de la tierra.»

Risultati immagini per immagine incenso copalNella grande navata avvolta nella penombra trovammo centinaia di indios seduti sul pavimento: dal fumoso crepuscolo punteggiato dalle fiammelle di mille candele emergeva il brusio prodotto dalle cantilene salmodiate degli oranti. Il copal, l’incenso locale, bruciava in scatole di latta e si diffondeva nell’aria; con quell’aroma sembrava di respirare l’antica spiritualità maya, riemersa come per incanto dalle profondità abissali dell’ombelico del mondo che in quel momento ci sosteneva. Un ombligo morbido, interamente ricoperto da aghi di pino, dove gli indios parlavano coi propri morti e pregavano lo sconfinato pantheon dei loro santi cattolici.

Statue a grandezza naturale erano disposte su sbilenchi altari lungo le nude pareti della chiesa: un sant’Antonio da Padova con il bambinello (più simile a una bambina); un san Michele Arcangelo, patrono dei musici locali, ricoperto di nastrini colorati come il jolly delle carte da gioco e con un Panama bianco in testa; una serie di macabre statue del Cristo rivestite di tuniche viola con parrucche di capelli veri. Un altare più grande accoglieva l’immancabile simulacro della vergine di Guadalupe.

Alcuni curanderos offrivano ai devoti i loro servigi terapeutici e d’intermediazione con l’aldilà.

«Sono quarantuno statue» mi disse Miguel vedendomi molto perplessa, «non ti meravigliare. Nella nostra cosmologia non tutto corrisponde alla dottrina cattolica. Gesù, la Vergine e i santi sono considerati fratelli fra loro. Tutti sono ritenuti manifestazioni terrene di Kajualtik, creatore della vita e dell’ordine del mondo, che si contrappone dal cielo ai demoni sotterranei fomentatori di disordine e di morte. Gesù Cristo, chiamato come tutti i santi maschi Jotik ovvero “nostro Padre”, è assimilato al Sole perché, quando in tempi antichissimi venne assassinato dai demoni e dai giudei, fu costretto ad ascendere al cielo, da dove iniziò a diffondere luce e calore. La Vergine Santissima invece è l’equivalente della Luna, madre del Sole, ovvero Virgen Maria Nuestra Madre Luna. Con lei, in modo semplicistico, tutte le sante sono chiamate senza distinzione Jmetik, Nuestra Madre

 

Già, ricordavo quello che Dolores m’aveva detto di Nostra Madre Luna, ma ero ugualmente nauseata da tante assurdità, senza parole di fronte a quello strano mondo fumigante di pupazzi con parrucche raccattate chissà dove. Inoltre quella folla di statue rappresentanti “nostro padre” e “nostra madre” aveva volti dai tratti somatici indii di una tristezza lancinante segnati da grande sofferenza. Quei simulacri di dolore recavano sul petto uno strano specchietto, quasi che l’indio guardandolo non potesse fare a meno di vederci riflessa la propria immagine o la propria anima.

Nel vedere quegli specchi cui si attribuiva la pretesa di riflettere l’irreale pensai a “Mexico e Nuvole”, a quella “faccia triste dell’America” che ride poco e spesso con sorrisi dai denti d’argento e d’oro.

 

A un tratto la vidi entrare.Risultati immagini per immagini vergine di guadalupe

Dolores portava sulle spalle una grossa sacca e in braccio, legato con una fascia al collo e alla cintura, Juanito. Il bimbo era di un pallore impressionante. La vidi conquistare un posto innanzi alla statua della Vergine di Guadalupe, la sua  Madre Luna e sciogliere il piccolo dalla fascia per farlo sedere a terra. Quindi la vidi estrarre dalla bisaccia un pacco di candele che cominciò a sistemare sul pavimento; prima le più grandi, fino a formare davanti a sé una fila di dieci. Poi allineate dietro le prime ne dispose altre quattro o cinque file, progressivamente più piccole, fino ad arrivare alle dimensioni delle candeline da compleanno.

La vidi poi inserire tra le candele una dozzina di uova e collocare innanzi a se stessa, quasi fossero il re e la regina di quella metafisica scacchiera infuocata, due bottiglie di Coca Cola. Mise quindi le mani nella sacca ed estrasse un oggetto che pose vicino alle uova. Riconobbi subito la collana d’argento, il suo talismano comprato anni prima con i pesos guadagnati col lavoro, quando era più giovane e non aveva ancora doveri familiari. Una collana molto bella, di gusto raffinato che, nonostante il mio snobismo, avevo sempre ammirato. I suoi grani sostenevano un pendente, anche quello in argento, a forma di luna.

«La sta donando alla Vergine Luna» disse commosso Miguel indicando la collana «l’argento è il metallo di Nostra Madre la Luna. Più tardi, quando avrà finito la preghiera, l’appenderà alla statua.»

Dolores incominciò quindi a salmodiare le sue preghiere con un ritmo sempre più incalzante. La vidi agitarsi, poi piangere e lentamente entrare in una sorta di trance. Sembrava quasi che la sua lunare interlocutrice fosse fisicamente presente innanzi a lei.

Poi fece qualcosa di impressionante. Tirò fuori dalla sporta una gallina viva che strofinò più volte sul corpo di Juanito seduto accanto a lei; allungò quindi l’animale con delicatezza per terra e lo soffocò piano piano schiacciandolo contro il pavimento col peso del suo corpo. Poi strofinò nuovamente la gallina appena morta sul corpo del piccolo e, recitando altre preghiere, stappò le bottiglie di Coca Cola che offrì con la collana alla Luna Vergine Maria.

Ero sconvolta. Dopo anni di vita in Chapas mi si spalancava innanzi un mondo del tutto sconosciuto e mi sembrava di precipitare in un vorticoso abisso d’angoscia. Sentii Miguel stringermi il braccio «Andiamo via » disse a voce bassa, «no, no, aspetta. Voglio fermarla, parlarle.» «Meglio di no, non facciamoci vedere. Quella poveretta potrebbe turbarsi più di te.»

 

Quella notte stentai ad addormentarmi. Se ero rimasta sconvolta dagli strani riti cui avevo assistito, ancor più lo ero per i drammi umani e l’angoscia che si rifletteva sui volti di gente che riponeva ogni speranza e richiesta, con fede commovente ma al limite della follia, in quell’empireo forse da sempre sordo alle implorazioni dei viventi. Solo le illusioni restavano ai Chamula dagli huipiles sgargianti, i piedi nudi e i denti dorati.

Come in un incubo rivedevo la mia Dolores trasformarsi in quella india sconosciuta, Jmetik Rosario, e strofinare la gallina morta sul piccolo Juanito; rivedevo la sua mano e la luccicante collana d’argento tese con disperazione verso la Vergine Luna. Un atto di preghiera o d’accusa?

Nulla poteva la scienza contro il male che stava uccidendo Juanito; nulla potevo io. Forse stare vicina a Dolores fino all’inevitabile e anche oltre, se lei lo avesse voluto. Se non fosse fuggita per rifugiarsi nel guscio della sua cultura. Ora invece potevo solo accompagnarmi a lei, a distanza, nel suo viaggio di dolore.

 

Quasi per restituirle una parte di sé, la mattina dopo mi recai in una delle più belle gioiellerie di San Cristobal e acquistai per Dolores ciò che volevo e dovevo. Particolare era la medaglia a forma di luna, dal volto mesto ma sorridente.

Un giorno le avrei regalato quella collana. Sentivo però che questo non bastava e dovevo fare qualcos’altro di… sì, di più spirituale. Una parola lontana da me anni luce; mi faceva inorridire eppure proprio a quell’esigenza improvvisa pensavo con fastidio dalla notte precedente, e continuavo a pensarci.Risultati immagini per bruciare copal braciere

Poi mentre giravo per il mercato mi venne in mente una delle tante cose che Miguel mi aveva raccontato il giorno prima. «L’aria, è simbolo di spiritualità» aveva detto «è il tramite mediante cui il fumo del copal ascende agli dei come preghiera.» Così non seppi resistere alla tentazione, agendo d’impulso come in giorni lontani quando bambina credevo ancora a certe cose; favole poi rifiutate.

Mi recai al vicino templo mayor ed entrando comprai una grossa manciata di copal che bruciai su un braciere. Mentre accarezzavo il pacchetto con la collana d’argento sentii che qualcosa di mio, una preghiera per Dolores e il suo piccolo, un discutibile e contraddittorio atto di condivisione o forse soltanto un’illusione, s’innalzava col profumo del copal verso Jmetik, nostra madre la Vergine Luna.

«Ti prego… » mi trovai sconcertata a sussurrare.__

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