Racconto: “Non chiamatemi vecchio”

non chiamatemi vecchioTITOLO: Non chiamatemi vecchio

AUTORE:  Maria Fazio

GENERE: narrativa

Note: scritto 17/11/2000

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Accidenti a quei ragazzini!

Io faccio fatica persino a trascinarmi lungo questo marciapiedi affollato di gente frettolosa. Io devo trascinarmi pesantemente appoggiato a questo stupidissimo bastone traballante, mentre loro corrono, corrono, corrono e non si stancano mai.

I pensieri mi franano addosso, rabbiosi e convulsi, ma mi restano in sospeso sulle labbra senza esternarsi in frasi che comunque nessuno vorrebbe ascoltare.

Mastico questi pensieri lentamente, lentamente perché ormai non ho più fretta di correre come invece loro, insulsi ragazzini, perché ho capito che, comunque vada il nostro tempo, non serve assolutamente a nulla correre o affannarsi.

Assaporo con placida lentezza il gusto acidulo di questi pensieri e mi trattengo dal vomitarli fuori, ma non certo dal formularli.

Accidenti a quei ragazzini!

Anch’io una volta correvo così e non mi stancavo mai, ed ero convinto che avrei raggiunto qualsiasi cosa desiderassi, ma… all’improvviso… la stanchezza è arrivata e quando arriva non passa più.

Non mi ricordo affatto quanti anni avessi la prima volta che mi sono sentito davvero stanco, forse quaranta o quarantacinque, ma ricordo che è stata una sensazione progressiva, cumulativa che, giorno dopo giorno, ha accompagnato sempre più frequentemente le mie attività e che ha influito sempre più prepotentemente sulla mia capacità di fare, fino a quando mi sono accorto di non riuscire più a camminare venti passi consecutivi senza sentirmi esausto.

Ma loro che possono saperne? Che possono capirne?

Accidenti a quei dannati ragazzini!

Mi sfrecciano accanto ridacchiando.

Loro non hanno pensieri da soffocare né stanchezza di cui lamentarsi. Ed io certe volte alzo la mano per fare cenno a qualcuno tra loro di fermarsi ad ascoltarmi un minuto, per spiegare loro tante cose importanti su come va questo pezzo di vita che ci ritroviamo appiccicato addosso.non chiamatemi vecchio

Ma loro non si fermano mai. Nessuno si ferma.

Non ascoltano mai. Non accettano alcun tipo di consiglio anche se poi finiscono per sbattere il naso contro ai muri più massicci ed imponenti di questa città.

Ben gli sta!

Ai miei tempi era tutta un’altra cosa. Quando ero ragazzino io tutti avevano rispetto per chiunque conoscesse la vita da più tempo. Adesso invece… Puah!

Continuo a camminare lungo il marciapiedi appoggiandomi saldamente a questo stupidissimo bastone e tenendomi il più vicino possibile alle mura dei palazzi (non si sa mai! Se dovessi inciampare…) finché arrivo al portone di casa.

Quando oltrepasso l’ingresso mi accorgo che l’ascensore è ancora sfasciato. Avrei voglia di prendere a calci quella porticina di lamiera verdastra accanto a cui lampeggia il pulsante rosso ed è appiccicato un foglietto con la parola “guasto”… ma mi trattengo perché l’ultima volta che ci ho provato la porta non si è neppure scalfita mentre io stavo perdendo l’equilibrio, con il rischio di ritrovarmi seduto sul pavimento scivoloso e magari pure con qualche osso rotto.

Accidenti all’ascensore!

Ed accidenti soprattutto a quell’idiota dell’amministratore di condominio! Lui dice che non ci sono i fondi per aggiustare l’ascensore ma io lo so dove vanno a finire tutti i fondi (finiscono nelle sue tascacce profonde, e se li mangia tutti lui!)

Ed io sono costretto ancora una volta a salire tre piani di scale a piedi, con questo mal di schiena che mi tortura ad ogni scalino.

Ogni volta che c’è questo tempaccio la mia schiena diventa sempre un problema a cui non è possibile rimediare. È come se le mie giunture fossero fatte di fil di ferro arrugginito anziché di carne ed ossa. Perché quando ci sono nell’aria pioggia ed umidità ogni muscolo comincia a scricchiolare e sembra volersi sgretolare ad ogni movimento.

Salgo un gradino dopo l’altro e penso che dovrei… che devo prendermi le pillole per i dolori, però prima devo mangiare qualcosa, devo necessariamente mettere qualcosa in stomaco, ché le medicine non si possono prendere a digiuno.

Ma non ho alcuna fame e tanto meno ho voglia di cucinare.

Eh sì! Quando c’era mia moglie era tutta un’altra cosa. Magari la zuppa veniva un po’ salata oppure il pollo bruciacchiato e litigavamo anche, ma di sicuro quello che preparava lei era cento volte più saporito di quel che riesco a mettere sul piatto io.

Litigavamo certo! Chi non ha mai litigato con le persone che gli sono accanto? Ma almeno c’era qualcuno disposto ad ascoltarmi mentre adesso… sono costretto a bisticciare con le sedie fuori posto, con le pentole sporche e con i bottoni scuciti della giacca, per poter avere qualcuno con cui prendermela.

Lei spesso mi rispondeva a tono, frequentemente sbuffava e qualche volta mi sbatteva persino la porta in faccia ma almeno c’era.

Adesso invece ci sono solamente una dispensa vuota, una finestra chiusa come l’aria ed una tovaglia un poco stropicciata, macchiata da giorni. E l’unico suono che fa compagnia al noioso ticchettio dell’orologio sulla parete è quello persistente e snervante del frigorifero (naturalmente anch’esso pressoché vuoto).

Comunque sia non imparerò mai a cucinare… assolutamente mai. Mi rifiuto!

Considero una cosa assolutamente imbecille sprecare due o tre ore davanti ad un fornello al solo scopo di imbrattare una quantità considerevole di pentolame e ciotole varie.

Eppure devo mettere qualcosa sotto a questi denti, anche se i miei dentacci ormai funzionano poco e male.

E tanto meno ho intenzione di andarmene a pranzo a casa di mia figlia! Perché tanto lo so che suo marito farebbe una brutta faccia vedendomi seduto alla sua tavola. Farebbe una delle sue solite smorfie sottili di cui mi accorgo solo io. E penserebbe (sono sicuro che lo penserebbe): «Me lo devo campare io questo vecchiaccio idiota?»

E non ci pensa che per ventisei anni sua moglie l’ho campata io!

Per non parlare di quegli stupidissimi marmocchi che piangono ed strillano in continuazione. Quanto sono fastidiosi!

Soprattutto il più piccolo, quello di tre anni, è un mostriciattolo disgustoso che mi fa le linguacce e che, ogniqualvolta rido e mi sforzo di giocare con lui, scappa via e si nasconde dietro le tende del salotto, perché balbetta di avere paura dei miei denti neri.

Che cosa ci sia d’avere paura poi non lo capisco proprio! Sono denti consumati dal tempo… tutto qui! È normale.

Eppure il marmocchio quando guarda in televisione tutti quei film dove si spara e si ammazza non si spaventa mica.

Mentre l’altro, quello di sei anni, è tale e quale suo padre: privo di rispetto! Mi molestia con continui dispetti. Ad esempio mi viene alle spalle per tirarmi i capelli, oppure mi nasconde gli occhiali o il fazzoletto, e poi scappa via senza farsi accorgere dagli altri. E così quando lo rimprovero fa l’aria da innocente, come se lo incolpassi di cose che non ha mai fatto né pensato.

Ed anzi lascia intendere ai suoi genitori che devo essere stato io ad aver dimenticato gli occhiali da qualche parte, perché tanto… sono completamente rimbambito.

Meglio restare a casa mia. Sì! Decisamente molto meglio!

Almeno non dovrò sentirmi chiamare vecchio.

Qui da solo sto molto, molto meglio.

Qui in silenzio, anche se avrei voglia di urlare forte contro chiunque abbia deciso che qualunque persona o qualunque cosa abbiano avuto la forza di sopportare lo scorrere degli anni e che siano riusciti a sorreggere la fatica di vivere, siano inutili.

Che debbano addirittura buttarsi via, o abbandonarsi in un cantuccio buio dove non producano alcun fastidio al mondo giovane, vivace, dinamico ed in continua evoluzione. Non si rendono conto che questo costante dinamismo di oggi accelera il loro stesso invecchiare.

Qui, in silenzio.

Qui! resterò qui da solo.

Almeno a casa mia, in silenzio, potrò riposare._

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