Racconto: “Un animo nobile” di Macrina Mirti

Macrina MirtiTITOLO: Un animo nobile

AUTRICE: Macrina Mirti

GENERE: Suspense

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Cecilio si portò una mano alla testa e chiuse gli occhi. Per un istante, ebbe paura di svenire. L’aria nella sala era calda e soffocante: puzzava di fumo e del sudore delle decine di uomini e donne assiepati intorno alla tavola per la cena di Natale che suo padre offriva, ogni anno, alle famiglie bisognose della parrocchia. Non poteva più restare. Quel tanfo nauseabondo lo disgustava. Voleva tornare a casa, da sua moglie.
Spostò la sedia all’indietro, si alzò in piedi e sorrise. «Mi dispiace lasciare questa bella compagnia la notte di Natale, ma il dovere mi chiama, Lo sapete bene!»«Visconte! Lei è così buono! Il Signore la ricompenserà per tutto ciò che fa» disse una donna sudicia, vestita di stracci lerci, alzandosi di scatto dalla propria sedia e inginocchiandosi ai suoi piedi. Poi gli afferrò una mano e gliela baciò con trasporto.
Cecilio rabbrividì a quella presa viscida, ma non lo diede a vedere. «Vi ringrazio donna Adelina» rispose. «Io non merito tanto. Assistere la propria consorte è il dovere di ogni marito che si rispetti.».
«Allora vai pure nelle tue stanze» disse un uomo alto, dall’aspetto severo.
«Sì, padre.»
«Facci sapere come sta, tua moglie, domani» salutò una donna dall’aspetto stanco.
«Starà molto meglio, ve lo assicuro, contessa.»
Cecilio sorrise per l’ultima volta agli ospiti e uscì fuori, nel buio e lungo corridoio che conduceva alla scalinata centrale, il tanfo della grande casa si mesceva al gelo del vento invernale che penetrava dalle migliaia di spifferi che si erano aperti un varco tra le crepe dei muri e delle imposte di legno. A tentoni, trovò un tavolino accostato alla parete su cui sapeva esserci un candelabro. Sempre a tastoni, ne sfilò una sola candela, poi si frugò nelle tasche del panciotto e ne estrasse un piccolo acciarino, con cui l’accese. L’odore di magnesio che gli solleticò le narici era così forte che non trattenne uno starnuto. La fiammella tremò, disegnando strane ombre sulle pareti buie.
Cecilio si guardò intorno allarmato, coprendo la flebile luce con la mano affusolata. Possibile che nessuno lo avesse sentito? Possibile. Si guardò intorno. Non c’erano servi nei paraggi, quella sera. Era la notte di Natale e solo quelli che vivevano lì, con le loro famiglie, erano rimasti nella dimora del conte. Gli altri erano tornati alle loro case per festeggiare il giorno più santo dell’anno. A tentoni, si diresse verso la scalinata centrale e iniziò a salire. La fiammella guizzava lieve, disegnando fantastici arabeschi sulle volte del soffitto.
Cecilio continuò a salire, fino a che non giunse al livello superiore degli abbaini. Un corridoio angusto e gelido, su cui si affacciava una sola porta: chiusa ermeticamente e priva di serratura. Il visconte appoggiò il viso allo stipite: «Aurora» chiamò. Poi spinse con il gomito e la porta ruotò silenziosa sui cardini. La camera dal basso soffitto era ampia e poco illuminata da una luce azzurrina che guizzava in una coppa d’argento. Non faceva freddo, lì dentro, ma nell’aria tiepida aleggiava il profumo di una delicata fragranza femminile. Al centro della stanza, si ergeva un grande letto, dalle cortine di velluto rosso abbassate, in modo che non fosse possibile vedere chi vi fosse al suo interno.
Cecilio si avvicinò e ne scostò un lembo. «Aurora» disse «sono qui.»
Una figura esile e delicata si sollevò lentamente dalle coltri. Aveva l’aria pallida ed esangue. Sfinita. Quando si fu alzata a sedere, le sue mani cercarono qualcosa nascosto nello chignon dei folti capelli biondi. Ne estrasse uno spillone d’oro, lungo e appuntito, con cui bucò il braccio che Cecilio le tendeva. Gocce purpuree apparvero sulla pelle candida. Gli occhi le si illuminarono, avvicinò le labbra alla piccola ferita e si mise a succhiare con indicibile voluttà. Quando vide che il sangue non usciva più, sollevò il viso radioso verso il marito: «Grazie, amore mio. Grazie. Se tu continuerai a nutrirmi, io non morirò e ti starò sempre vicino. Sarò la tua compagna per l’eternità.»
Cecilio le baciò delicatamente le mani. «Buona notte, Aurora» disse.
«Ti aspetto domani sera. Verrai?»
«Certo che verrò, Aurora. Fidati di me.»
Chiuse la porta e si inoltrò per la scala buia. La casa era deserta. Quando raggiunse il piano terra sentì il rumore di risa sguaiate provenire dalla sala da pranzo. Dovevano essere ormai tutti ubbriachi.
Al fragile lume della candela morente si diresse verso l’ingresso. Indossò uno scuro mantello, poi ruotò la pesante chiave nella serratura, spinse indietro il grave portale di legno e uscì all’aperto. L’aria gelida di quella notte di dicembre lo rianimò. Si sciolse i capelli e se li scompigliò, poi lacerò la bianca camicia che indossava e si diresse verso il centro malfamato della città, dove scorreva il grande fiume. Non era lontano.
Una donna in là con gli anni, forse una prostituta, fu la prima ad accorgersi di lui. Era giovane, era solo e aveva l’aria di ragazzo spaurito e sperduto. Non c’erano clienti nelle gelide strade deserte.
«Che succede, giovanotto, ti sei perso?» domandò.
«Non lo so, ho paura. Non conosco queste strade» mugolò Cecilio.
Lei lo abbracciò materna stringendolo contro il suo petto. Cecilio vi si abbandonò rilassato. La donna aveva un odore forte e selvatico, di sporco e di sudore, nulla a che vedere con la delicata fragranza che emanava Aurora. Immagine correlataMa quando Cecilio alzò gli occhi e vide la grossa giugulare pulsare ritmicamente sotto la pelle del collo sudicio, perse ogni remora. Infilò i lunghi canini nella vena e la lacerò. La donna iniziò a urlare come un maiale scannato perdendo l’equilibrio, ma lui la trattenne. Succhiò con avidità, poi si guardò intorno. In giro non c’era nessuno e la donna aveva smesso di urlare. Succhiò fino all’ultima goccia di sangue, poi la lasciò cadere per terra, come un sacco ormai vuoto, e scappò via. Era felice. Aurora avrebbe avuto cibo per un’intera settimana.
Quando rientrò in casa, la sua matrigna lo attendeva al varco reggendo nelle mani un piccolo candeliere d’ottone.
«Cecilio, dove sei stato?» domandò preoccupata.
«A passeggiare. Era troppo caldo, nella sala.»
«Sei tutto sporco.»
«Sono caduto nel fango.»
«E tua moglie?»
«Adesso torno da lei, contessa. Non vi preoccupate.»
La donna lo seguì fin dove iniziava la grande scalinata: «Prendi una candela» gli disse.
Giunto al secondo gradino, Cecilio si voltò: «Gli ospiti se ne sono andati soddisfatti?» chiese.
«Sì.»
«Bene. Spero che mio padre conceda a tutti i servi una giornata di riposo, per domani. In fin dei conti, è Natale..»
«Come sei buono» sorrise la matrigna. «Lo dirò subito a tuo padre. Hai un animo nobile e gentile, proprio come la tua povera mamma.»
«Vi ringrazio, contessa» rispose Cecilio e si affrettò sulle scale. Era la notte di Natale. Anche Aurora aveva diritto a un pasto speciale.__

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Libri di quest’autrice:

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Il vento di ponente (Senza sfumature)

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I SUICIDI VANNO ALL’INFERNO: L’Abbazia

Un fiuto infallibile per i bastardi (Passioni Romantiche)

A Natale ti regalo l’Amore

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