Racconto: Una “Milanese” di troppo di Samantha Scala

Capo e NatinaTITOLO: Una “Milanese” di troppo

AUTORE:  Samantha Scala

GENERE: narrativa culinaria

Note: fa parte della raccolta: “Capo e Natina. Racconti con ricette

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“Capoooooooo!” Sono le 8 del mattino alla Masseria Pappalardo. Natina, grembiule allacciato e immancabile tuppo, ha già rassettato le camere, fatto il bucato, messo una torta in forno e su il caffè. No, niente macchinetta ma una “caffittera” ossidata che sta già borbottando.
“Capooooooo! U cafèèèè!”Capo, panciuto e baffuto massaro siculo, sonnecchia ancora pigramente reduce da una notte insonne trascorsa nella stalla: la vacca Antonia ha dato alla luce il suo primo vitellino con non poca fatica. Sarino, lo hanno chiamato.

“Siiiii sto scendendo!”.

La camera da letto si trova al piano superiore di una dimora di campagna, ex frantoio, costruita ai primi del 900. Muri in tufo e tetto con travi in legno, canne e gesso fanno da scenografia ad una quotidianità tutta pane e Sicilia.

Capo scende barcollante giù per le scale e l’odore di caffè, sempre quello della caffittera ossidata, lo richiama ai doveri quotidiani. Un’altra giornata di lavoro in masseria è appena cominciata ma è primavera, pensa, e si sente già di buon umore.Capo e Natina

“Cca c’è u café, fozza ca oggi è giornata di finocchietto!”.

Ecco che giunge, perentorio e puntuale, il primo “consiglio” di Natina.

Gli angoli aridi e sassosi, le coste rocciose non troppo distanti dalla masseria, sono l’habitat ideale per questa pianta profumata dal sapore pieno, intenso e dolciastro.

Finocchietto selvatico è primavera, finocchietto è Sicilia aggrovigliata tra vecchi e assolati muri a secco e, per Capo, finocchietto è lei: la “Milanisa”, la milanese.

Già, lei arriverà puntuale, ai primi albori di primavera, con il suo profumo inconfondibile, la sua armonia. Arriverà a ristorarlo dopo la scarpinata marzolina a meno che…

A meno che Natina non ci metta lo zampino.

“Natì, io ci vado ma poi..”

Natina interviene prima che Capo possa concludere la sua frase. Conosce bene i suoi desideri, sono ormai più di cinquant’ anni che si ripete il solito rito, la solita richiesta che lei fatica a soddisfare. Perché, davvero, ammettiamolo pure, per una donna non è facile mettere da parte i propri principi, la propria educazione le proprie radici in nome di qualcosa di “diverso”, alternativo.

“Capo, sempri fissatu cu sta Milanisa! Ma tu da dove vieni fammi capire!? Del nord sei?”

“Ma chi cosa? E’ tutta questione di nome, tutta “custione” di dominazioni antiche.”

” …si si u sapemu! I Normanni, i Milanisi.”

Effettivamente Capo, quel Capo panciuto e baffuto ha, ormai nascosti dietro le rughe, dei vispi e sinceri occhi azzurri. Natina conosce bene i desideri di Capo e anche i suoi occhi normanni.

“Va boh, io vado. Decidi tu, a tuo buon cuore”.

Capo esce di casa, passa a dare un’occhiata ad Antonia. Quasi sembra un’altra vacca. Era così sofferente qualche ora prima che aveva temuto non sopravvivesse. Adesso era lì, con il suo Sarino attaccato alla mammella.

Natina riflette sul da farsi mentre le sue gambe sono già corse al mercato.

“Mezzo Kg di sarde freschissime”

“Di stanotte signora Natina!”.

Il tragitto di ritorno alla masseria non è sufficiente e Natina rientra in cucina ancora perplessa. Capo e NatinaApre la dispensa, il ripiano de “buttigghi di sarsa” fatte un torrido giorno del precedente Luglio tra pignatone, cuppini e banda di figli, è lì e la osserva prepotente.

Capo è di ritorno. Non è da solo. No, non è in compagnia di una Milanese … no, ha con sé un fascio rigoglioso di finocchietto che quasi ubriaca con le sue note di anice puro.

La pasta con le sarde di Natina è quella tramandata dalla sua bisnonna: è aristocratica e dorata dal prezioso zafferano, ha uvetta e pinoli e no, non ha la salsa di pomodoro!

Mormorando mette a bagno 50 gr di uva passa, poi tosta 4 cucchiai di pane grattugiato in un padellino con qualche goccia d’olio finché non diventa di un bel dorato carico. Tosta leggermente anche 50 gr di pinoli. Le sarde sono già squamate, private di testa e coda e aperte a libro. Ci ha pensato il pescivendolo, al mercato. Natina le fa rosolare in 5 cucchiai d’olio in una larga padella, a fuoco basso. Poi, quando sono dorate, le prende con delicatezza con un mestolo forato e le mette da parte separando quelle che si sono rotte da quelle intere. Lessa poi la parte tenera di 400 gr di finocchietti – chioma e gambi – per 5 minuti in tanta acqua salata quanta ne occorrerà per cuocere la pasta. Pesca i finocchietti col mestolo forato, li scola bene, li lascia intiepidire e li trita con 70 gr di cipolla. Conserva l’acqua di cottura. Riscalda il fondo di rosolatura delle sarde e vi scioglie 4 acciughe dissalate e diliscate. Aggiunge ad appassire il trito di finocchietto e cipolla con uno spicchio d’aglio intero. Unisce l’uvetta ormai rinvenuta, i pinoli, la metà di sarde rotte e …

Osserva la padella, pensa a quegli occhietti azzurri e sinceri, a quelle rughe che ha visto spuntare una ad una, aumentare di anno in anno.

Corre in dispensa e prende una “buttigghia” di sarsa, una di quelle della birra da 33 cl. La aggiunge al soffritto e ci mette pure 1 noce di estratto di pomodoro sciolto in mezzo bicchiere d’acqua calda. L’estratto quello suo, quello asciugato al sole nella terrazza della masseria. Aggiunge il pepe. Mescola, aggiusta di sale e porta a cottura per 20 minuti. Lessa 400 gr di bucatini nell’acqua di cottura dei finocchietti, li scola e li ripassa in padella con la salsa.Capo e Natina

“Capoooooooo! Muoviti che è pronto!”

Capo giunge in cucina, inebriato da quei profumi di terra e mare che si incontrano, da quell’odore tra il dolce e l’acidulo che gli dice: è arrivata, è lei, la Milanisa.

Natina lo osserva, contrariata e devota, come ogni moglie sicula d’altri tempi. E mentre Capo si prepara a godere di quell’incontro tanto sospirato, Natina cosparge di pane tostato e sarde, quelle intere, i bucatini impiattati pensando:

“megghiu nu zafferanu fuiutu ca ‘n maritu sciarriatu”._

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