Siamo quel che mangiamo

Siamo quel che mangiamo! È un’affermazione semplice ma al contempo ricca di significati, come dichiarano sempre più spesso i nutrizionisti e gli esperti dell’alimentazione.

La nostra identità è fatta dal cibo che mangiamo e da come lo mangiamo. Le sostanze che entrano nel nostro organismo infatti ci rappresentano, in quanto sono ciò a cui diamo il compito di nutrirci e di sostenerci nel corso delle nostre giornate.

Il cibo è anche un linguaggio che ci parla di situazioni, che ci spiega i rapporti, che ci racconta di epoche e di luoghi, di simboli e di valori.

Ma innanzitutto il cibo è una necessità, è ciò di cui il corpo ha bisogno per raccogliere le proprie energie, è ciò che ricarica le nostre batterie fisiche e psicologiche. Alla necessità si affianca inevitabilmente il gusto, cioè la sensazione di piacere che si accompagna al nutrirsi.

Inoltre consideriamo il fattore “salute” che si va a tutelare o a rigenerare quando si mangia. Infatti sappiamo che nella medicina tradizionale il cibo rappresentava la prima forma di rimedio a cui ricorrere, per migliorare il proprio stato fisico generale, in modo sano ed equilibrato.

Partendo dai primi due aspetti fondamentali del cibo, la necessità e il gusto, comprendiamo che la dietetica e la gastronomia hanno una radice comune per cui assumiamo l’abitudine spontanea di consumare un cibo che consideriamo buono, con maggiore frequenza rispetto ad altri, che consideriamo meno gradevoli al palato. In tal modo creiamo degli usi culinari che si diffondono prima a livello personale e familiare, e successivamente a livello collettivo, all’interno di una cultura più ampia, trasformandosi talvolta persino tradizioni.

Inoltre non possiamo dimenticare il valore “relazionale” del cibo. La convivialità consiste in una condivisione di gusti, sapori, idee, valori. Così il cibo diventa un segno di identità collettiva di appartenenza a un gruppo sociale. Il cibo serve a mettersi in relazione con gli altri. Non a caso ci si invita a pranzo o a cena, o anche solo a bere un caffè, per dimostrarsi la volontà di trascorrere del tempo insieme, oppure per accogliere i nuovi membri all’interno di un gruppo sociale.

Parlando di alimentazione non possiamo non riscontrare che nel mondo odierno c’è un enorme squilibrio legato al cibo. Da una parte si pone l’obesità, un disagio alimentare per il quale ci si rende conto che si è persa ogni capacità di autoregolazione, tanto che l’obesità oggi viene considerata e gestita alla stregua di una malattia; dall’altra parte si colloca la fame diffusa per intere popolazioni, le quali si trovano in uno stato di povertà costante e innaturale.

Questi squilibri non soltanto ci mostrano enormi disparità sociali, di cui non abbiamo più controllo, ma mettono in evidenza che è in corso la perdita di una “cultura” del cibo. Non possediamo più il pieno senso del cibo come: nutrimento, gusto e convivialità.

L’assunzione di cibi è sempre più legata alle seguenti caratteristiche:

– velocità e semplicità di preparazione;

– esigenze di prezzo;

– pubblicità e promozione;

– gusto standardizzato.

Inoltre in una società improntata sulle pratiche usa e getta, lo spreco del cibo è diventato uno stile di gestione largamente diffuso. Questo si collega anche al fatto che abbiamo perduto la consapevolezza sociale del dove e del come. Non abbiamo più la percezione di ciò che sia stato il cibo prima di giungere alla nostra tavola. Non abbiamo più coscienza del percorso che segue il cibo dalla produzione al consumo.

Soprattutto per le nuove generazioni, per i bambini e per i ragazzi, non esiste più il percorso del cibo ma soltanto il confezionamento.

Negli ultimi anni però comincia ad esserci un ulteriore cambiamento di prospettiva. Possiamo notare una rinnovata attenzione, talvolta persino eccessiva, nei confronti del cibo.

Questa attenzione comincia a manifestarsi in particolare per:

– le etichette,

– gli ingredienti,

– la provenienza geografica,

– il biologico.

Tutti questi fattori ci mostrano un mutamento culturale di segno positivo, e ci indicano che stiamo acquistando nuovamente l’esigenza di sapere che cosa mangiamo. Questo è il primo passo verso una nuova consapevolezza alimentare.

Per quanto riguarda gli sprechi invece siamo così distanti dalla cultura contadina e tradizionale che, nell’era consumistica, è ancora difficile percepire l’importanza del reciclato nella gestione di un sistema alimentare che possa ritornare a essere di tipologia circolare. La percezione della circolarità alimentare è un concetto che bisognerebbe ricreare nella sensibilità collettiva, e poi lasciare stratificare. Ma possiamo augurarci che l’attenzione nei confronti del percorso del cibo, possa incentivare un mutamento di prospettiva a lungo termine circa i temi del riciclo.

L’obiettivo a cui tendere dovrebbe essere, a mio modesto parere, quello del benessere fisico correlato alla sostenibilità alimentare, un benessere in cui l’abbondanza non sia un fattore quantitativo ma segnatamente qualitativo.

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